Melancholia
I figli della pioggia
“I figli della pioggia”, il nuovo EP dei Melancholia, sei brani, poco più di un viaggio emotivo e sensoriale, attraverso i quali la band umbra torna sulla scena discografica dopo quattro anni di ricerca, trasformazione e silenzio, dimostrando di non avere alcuna intenzione di riprendere semplicemente il discorso da dove lo aveva interrotto.
Pubblicato il 23 ottobre 2026 per Pioggia Rossa Dischi / BOC Music Group e distribuito da Believe, il lavoro rappresenta una svolta importante nel percorso del gruppo: per la prima volta, infatti, Benedetta Alessi, Fabio Azzarelli, Filippo Petruccioli e Andrea Assogna scelgono l’italiano come lingua principale di un intero progetto discografico. Una scelta tutt’altro che marginale, perché modifica il rapporto tra musica e racconto, avvicinando le parole a una dimensione più intima, diretta e riconoscibile. Il risultato è un EP che non cerca rassicurazioni e non si lascia imprigionare in un genere preciso. Alternative rock, elettronica, synth-pop, punk, drum and bass si incontrano, si contaminano e si scontrano, dando vita a un’identità sonora in continuo movimento. A guidare questa trasformazione c’è la produzione di Rachid Bouchabla, già legato al mondo degli Ex-Otago, insieme al contributo di Andrea Assogna, il cui ingresso nella formazione coincide con l’inizio di questa nuova stagione artistica.
L’ascolto comincia con “Il reame (intro)”, una porta d’ingresso più che una semplice introduzione. I suoni della natura, il vento, l’acqua, gli animali e un pianoforte dal carattere sognante costruiscono lentamente un paesaggio sospeso, quasi cinematografico. Tutto sembra immobile, lontano dal rumore del mondo. Poi arriva quella parola, «piove», che rompe l’incantesimo. Il basso e il kick irrompono improvvisamente, riportandoci alla realtà e introducendo il personaggio attorno al quale ruota l’intera narrazione: il Bardo. È una figura immaginaria che vive in un mondo simile al nostro, ma vuoto, silenzioso, privato delle voci e delle inquietudini che abitano l’esistenza quotidiana. La pioggia, però, ha il potere di risvegliare ciò che il Bardo aveva cercato di dimenticare. La sua tranquillità si incrina e il viaggio prende forma. Una metafora efficace, che attraversa tutto il disco: non possiamo continuare a nasconderci da ciò che siamo, perché prima o poi la memoria torna a bussare.
Con “Arya” si entra immediatamente nel territorio dell’imprevedibilità. Drum and bass, alternative rock ed elettronica convivono in una composizione che cambia continuamente pelle, alternando ritmi, tonalità, strutture e persino lingue. Le chitarre graffiano, i sintetizzatori tagliano l’aria e la batteria sostiene un movimento nervoso, quasi irrequieto. È una canzone che restituisce musicalmente la sensazione dell’ansia, quella difficoltà di respirare che nasce quando si continua a correre senza concedersi il diritto di fermarsi. Particolarmente interessante è il dialogo tra italiano e inglese. La prima lingua porta il racconto sul piano fisico, concreto, mentre la seconda sembra appartenere a una dimensione più inconscia, legata ai sogni e alla precedente identità musicale della band.
“Schifo”, primo singolo del progetto, è probabilmente il momento più immediatamente adrenalinico dell’EP. Il brano gioca con suggestioni elettroniche anni Ottanta e un’attitudine alternative rock che trova nella contrapposizione tra melodia e distorsione il proprio punto di forza. Il riff di chitarra e il beat serrato si intrecciano a sintetizzatori colorati, quasi giocosi, mentre la voce di Benedetta attraversa il brano con una personalità sempre più incisiva. Dietro questa energia apparentemente spensierata si nasconde, però, un tema tutt’altro che leggero: il disprezzo di sé, la noia e il tentativo di ritrovare una forma di innocenza attraverso il gioco e l’immaginazione. Il finale cambia nuovamente prospettiva virando in sonorità più contemporanee, distorte e pungenti. Una dimostrazione di quanto i Melancholia sappiano utilizzare il cambiamento sonoro come parte integrante della narrazione.
Il cuore emotivo del disco arriva con “Millelame”, momento di maggiore sospensione. Dopo tanta tensione, la produzione apre uno spazio diverso, quasi subacqueo, nel quale l’ascoltatore sembra galleggiare in un ambiente buio e silenzioso. La componente elettronica si fa più delicata e lascia emergere una melodia pop capace di valorizzare soprattutto l’interpretazione vocale. È una ballad che parla di ferite condivise e della possibilità di trovare sollievo attraverso piccoli gesti, attraverso la musica e l’incontro con gli altri. Qui il rapporto tra band e pubblico diventa parte stessa del significato della canzone. Non è difficile immaginare “Millelame” come uno dei momenti più intensi dei concerti, quando la dimensione collettiva dell’ascolto trasforma una fragilità individuale in qualcosa da condividere. La sua malinconia non è mai completamente rassegnata: lascia intravedere una forma di speranza necessaria.
Con “Pillola”, secondo singolo pubblicato il 16 ottobre, il gruppo torna a muoversi tra melodie accessibili. È forse il brano dalla scrittura più pop dell’intero lavoro, ma sarebbe riduttivo considerarlo il più semplice. Le aperture melodiche della voce e del pianoforte vengono continuamente attraversate da chitarre distorte e sintetizzatori. Il testo affronta il tema della resa, della terapia, dei vizi e della necessità di trovare una cura per le proprie inquietudini. La pillola diventa il simbolo di una generazione che spesso preferisce silenziare i propri pensieri anziché affrontarli. È un brano che parla soprattutto agli introversi, a chi vorrebbe urlare ma finisce per trattenere tutto dentro. Particolarmente significativa è la parte parlata finale, affidata alle parole del Bardo, che lascia un messaggio di memoria e trasformazione: diventare terra perché qualcuno, un giorno, possa fare di noi un fiore. Un’immagine poetica che restituisce il senso più profondo dell’intero progetto.
A chiudere il viaggio arriva “Il Bardo (outro)”, il momento del ritorno. Dopo aver attraversato ricordi, paure, inquietudini e possibilità di rinascita, il racconto si conclude tornando idealmente a casa. Non si tratta, però, di un ritorno al punto di partenza: ciò che è stato attraversato ha inevitabilmente cambiato la prospettiva. Ed è proprio questa la forza di “I figli della pioggia”. Nonostante la varietà degli arrangiamenti e le continue deviazioni stilistiche, l’EP mantiene una coerenza narrativa ed emotiva sorprendente. La produzione di Bouchabla valorizza le diverse anime del gruppo senza appiattirle, lasciando spazio tanto alle aperture melodiche quanto alle esplosioni più aggressive. La voce di Benedetta Alessi rappresenta il filo conduttore di questo universo, capace di passare dalla delicatezza all’urgenza espressiva senza perdere intensità. Ritroviamo anche la storia di una band che, dopo la vittoria della finale mondiale dell’Emergenza Festival e l’esperienza di X Factor nel 2020, ha scelto di allontanarsi dalle logiche della semplice esposizione per concentrarsi sulla costruzione di una propria identità. “I figli della pioggia” è la testimonianza più evidente di questa maturazione. La pioggia, in fondo, non è soltanto un elemento atmosferico: è il momento in cui ciò che abbiamo sepolto torna a galla, quando il silenzio non basta più e diventa necessario guardarsi dentro. I Melancholia trasformano questa consapevolezza in un viaggio sonoro intenso, inquieto e sorprendentemente umano. Dopo quattro anni, la band non torna semplicemente con nuova musica: torna con un’identità rinnovata e un immaginario nel quale invitare il pubblico a perdersi. Perché crescere significa anche imparare a fare i conti con ciò da cui abbiamo provato a scappare.E, qualche volta, per ritrovare la strada di casa, bisogna prima lasciarsi attraversare dalla pioggia.
Anna Cimenti






