INTERVISTA AI DARKHOLD PER TEMPIDURI.EU

Intervista a cura di Drakul218

Con «Centuries of Purgatory», i Darkhold proseguono il percorso concettuale iniziato con «Tales From Hell», approfondendo il tema del peccato attraverso una visione oscura e attuale della condizione umana. Tra thrash metal, ricerca compositiva e riferimenti alla struttura dantesca del Purgatorio, la band sviluppa un lavoro in cui aggressività, articolazione strumentale e contenuti tematici si intrecciano. In questa intervista, Claudio racconta l’evoluzione del gruppo, il processo di scrittura del nuovo album e il significato del progetto Darkhold.

  1. Dopo il percorso iniziato con «Tales From Hell», con «Centuries of Purgatory» mostrate una maggiore consapevolezza compositiva. Quali sono stati i principali cambiamenti nel vostro modo di scrivere musica?

Claudio: «Centuries of Purgatory» rappresenta la naturale evoluzione della band, delle persone che la compongono e della musica che creano, con lo scorrere della vita quotidiana, vero perno di tutto l’album. Se «Tales From Hell» definiva l’Ucronia di un passato fantastico immerso in una visione infernale dell’esistenza, questo nuovo album è letteralmente radicato nell’Agonia di un presente asfissiante e malato: i Peccati non sono più attribuibili a possibili scelte sbagliate a seconda di strade diverse intraprese, ma sono paurosamente ancorati a decisioni volute, giornalmente perpetrate perché contemporaneamente schiave e dominatrici del relativo Peccato, che non a caso in Purgatorio viene chiamato e ben definito come Vizio. Un Vizio è chiaramente di base un Peccato, ma è ancora più subdolo perché è ragionato, voluto, temuto, desiderato; un “Odi et amo” dal quale non ci si riesce a liberare. A livello personale, negli ultimi anni siamo cambiati, abbiamo affrontato la quotidianità delle nostre vite, con i loro problemi e le loro sfide, abbiamo visto fare la stessa cosa al mondo che ci circonda e, quindi, oggi come non mai il Purgatorio e i suoi Vizi strisciano indisturbati sulla Terra senza freno alcuno; tutto ciò è decisamente marcato sia nei testi sia nella musica di «Centuries of Purgatory», nel quale contemporaneamente si possono trovare energia e disperazione, volontà e arrendevolezza, tutto comunque subordinato a un’enorme Paura di base.

 Il concetto di «purgatorio» presente nel titolo dell’album può essere interpretato in molti modi. Quale significato assume per voi questo simbolo?

In questo album, rispettando la costruzione dantesca del Purgatorio, vengono vissuti in 9 tracce i 7 Vizi Capitali, il vero cuore di tutta l’opera, protetti da un Antipurgatorio iniziale e da un Paradiso Terrestre finale, e il tutto è vissuto come un nuovo viaggio nei meandri più oscuri ma terribilmente tangibili della perversione e dell’animo dell’umanità. Un’umanità familiare: quella del vicino di casa, dell’amico, del parente stretto; quella che si può toccare, vivere, respirare, subire; quella per cui può cambiare tutto, nel bene e nel male, e che a sua volta ti cambia dentro, nel profondo; quella che non ti lascia scampo, perché ne sei schifato ma anche attratto, senza possibilità alcuna di sottrarti a essa. C’è un’inesorabilità di fondo che è disarmante, una dipendenza incontrovertibile, un’impossibilità di disintossicazione talmente palese che pare di stare con le gambe bloccate nel fango fino alle ginocchia: una situazione talmente critica dalla quale, per liberarsi, si è inevitabilmente obbligati a lasciare indietro per sempre qualcosa di sé stessi, pagando un prezzo inimmaginabile.

  1. Il nuovo disco mantiene una forte componente thrash, ma presenta anche atmosfere più cupe. Come nasce questa combinazione di elementi?

Claudio: Le modalità di nascita e sviluppo di questi momenti differenti sono molto naturali e soprattutto istintive, nella maggioranza dei casi, a maggior ragione poi per il progetto Darkhold come concept: diventa quindi basilare la definizione funzionale di uno o più riff, di chitarra o basso, di un pattern di batteria o di una linea vocale in relazione all’espressività e all’importanza tematica richiesta al brano nel suo “scheletro strutturale”; diciamo che, per esempio, usare un riff lento e cadenzato, con magari un cantato melodico, per definire un Vizio Capitale come l’Ira, difficilmente potrebbe centrare il bersaglio se comparato con un riffing veloce e massiccio e un cantato aggressivo, proprio perché determinati tempi e modi si mettono direttamente al servizio del tema trattato, almeno secondo la nostra idea personale…

Le idee per «Centuries of Purgatory» in verità erano chiare sin da prima della costruzione musicale dell’album, perché definite dalla linea tematica basata sui Vizi Capitali all’interno delle Cerchie Purgatoriali dantesche; da qui si è partiti con strutture ritmiche che potessero rispecchiare il “mood” di ogni brano in relazione alla tematica stabilita e, quasi in contemporanea, ma come parte terminale, la scrittura delle liriche; infine si sono perfezionati gli arrangiamenti e i pattern di ogni strumento, con una pre-produzione per singolo strumento che, di volta in volta, associata nell’ascolto agli altri strumenti, ha definito la visione finale delle composizioni stesse. La definizione della tracklist era già nota prima di iniziare la costruzione musicale, quindi 9 brani che includessero l’Antipurgatorio, i 7 Vizi Capitali e per ultimo l’ingresso al Paradiso Terrestre; per giungere però alla composizione finale di ogni brano, i riff creati e scartati sono stati tanti, per molteplici ragioni, ma comunque funzionali fino all’osso alla composizione migliore di ogni singolo brano; molte idee sono ovviamente rimaste nel cassetto per i progetti compositivi futuri, ma non è detto che vedranno per forza la luce, perché bisognerà vedere quanto potranno essere adatte alle tematiche che svilupperemo per i prossimi album…

  1. Quanto è importante per i Darkhold creare un’atmosfera coerente all’interno di un album invece di concentrarsi soltanto sui singoli brani?

Claudio: Le modalità di nascita e sviluppo di un brano sono molto naturali e soprattutto istintive, nella maggioranza dei casi, a maggior ragione poi per il progetto Darkhold come concept: diventa quindi basilare la definizione funzionale di uno o più riff, di chitarra o basso, di un pattern di batteria o di una linea vocale in relazione all’espressività e all’importanza tematica richiesta al brano nel suo “scheletro strutturale”; diciamo che, per esempio, usare un riff lento e cadenzato, con magari un cantato melodico, per definire un Vizio Capitale come l’Ira, difficilmente potrebbe centrare il bersaglio se comparato con un riffing veloce e massiccio e un cantato aggressivo, proprio perché determinati tempi e modi si mettono direttamente al servizio del tema trattato, almeno secondo la nostra idea personale…

Le idee per «Centuries of Purgatory» in verità erano chiare sin da prima della costruzione musicale dell’album, perché definite dalla linea tematica basata sui Vizi Capitali all’interno delle Cerchie Purgatoriali dantesche; da qui si è partiti con strutture ritmiche che potessero rispecchiare il “mood” di ogni brano in relazione alla tematica stabilita e, quasi in contemporanea, ma come parte terminale, la scrittura delle liriche; infine si sono perfezionati gli arrangiamenti e i pattern di ogni strumento, con una pre-produzione per singolo strumento che, di volta in volta, associata nell’ascolto agli altri strumenti, ha definito la visione finale delle composizioni stesse. La definizione della tracklist era già nota prima di iniziare la costruzione musicale, quindi 9 brani che includessero l’Antipurgatorio, i 7 Vizi Capitali e per ultimo l’ingresso al Paradiso Terrestre; per giungere però alla composizione finale di ogni brano, i riff creati e scartati sono stati tanti, per molteplici ragioni, ma comunque funzionali fino all’osso alla composizione migliore di ogni singolo brano; molte idee sono ovviamente rimaste nel cassetto per i progetti compositivi futuri, ma non è detto che vedranno per forza la luce, perché bisognerà vedere quanto potranno essere adatte alle tematiche che svilupperemo per i prossimi album…

  1. Durante la scrittura di «Centuries of Purgatory» avete sperimentato nuove soluzioni rispetto al passato?

Claudio: Onestamente no, perché siamo prevalentemente una band old school, non solo anagraficamente ma proprio a livello di attitudine, quindi il songwriting è quello di sempre, partendo da un’idea personale a casa, poi proposta a distanza ma assolutamente suonata concretamente ed elaborata in sala prove. A questo giro abbiamo piuttosto lavorato parecchio sulle preproduzioni in una maniera diversa dai nostri standard e, nonostante il tempo risicato, direi che il risultato ha pagato, in definitiva.

  1. Quali aspetti della vostra personalità musicale pensate siano emersi maggiormente in questo nuovo lavoro?

Direi un po’ tutte, perché siamo davvero cinque elementi con ascolti quotidiani altamente diversi, con un background musicale variegato e soprattutto con età diverse fra di noi, quindi si copre un arco di tempo musicale decisamente ampio. Chiaro che il metal sia la base, ma non c’è solo quello nelle nostre teste durante la fase compositiva di un brano, o più semplicemente di un riff iniziale come base di partenza o di un pattern di batteria decisamente lontano dal metal tradizionale. Il thrash scorre ovviamente nelle nostre vene e sempre così sarà, ma essere in grado di non riproporlo con i classici stilemi credo che sia poi un marchio di fabbrica assolutamente personale e, per nostra fortuna, a livello tecnico siamo in grado di variare molto a livello compositivo.

  1. Il pubblico spesso associa il thrash metal a energia e velocità. Quanto conta invece per voi la costruzione di momenti più articolati e ragionati?

Conta moltissimo perché, appunto, per noi il thrash non è solo energia e velocità, e non lo era nemmeno negli anni ’80 per molte band, a livello musicale e compositivo. Adoriamo gli arpeggi, le armonizzazioni, le marce cadenzate, i tempi dispari o i controtempi, i rallentamenti dopo le sfuriate, gli stop and go: il repertorio è davvero vasto e vario, e si deve amalgamare alla perfezione a energia e velocità, senza dimenticare (e parlo dal mio punto di vista e dalla mia posizione all’interno della band) la variazione e la crescita evolutiva del cantato, che deve saper spaziare dalle canoniche harsh vocals del thrash (scream e growl compresi) a voci pulite che richiedano una preparazione vocale adeguata e cori inseriti nel modo giusto e al momento giusto. Quindi tutto ha la sua parte di importanza, ma chiaramente bisogna saper amalgamare il tutto senza snaturare la potenza del brano in sé.

 8. C’è un brano di «Centuries of Purgatory» che ha richiesto un lavoro particolarmente complesso dal punto di vista degli arrangiamenti?

Claudio: Personalmente credo che «Jangled Nerves» sia uno dei brani più articolati che abbiamo mai scritto, difficile da costruire e da suonare, un brano che coinvolge al 100% tutti i musicisti della band, non solo per la sua “fisicità esecutiva” ma anche per la sua varietà propositiva, per esempio con lo stacco di solo basso all’interno di due sfuriate in momenti solisti tipicamente thrash, per non parlare del cantato, dove la versatilità di respirazione e timbrica porta il sottoscritto a essere concentrato su una maggiore padronanza vocale per dare la spinta giusta in ogni momento al concetto di Vizio dell’Ira che traspira da ogni nota e da ogni parola.

  1. Come giudicate oggi il percorso che vi ha portato dal debutto «Tales From Hell» al nuovo album?

Un percorso ovviamente bello ma tortuoso, pieno di insidie e di difficoltà da affrontare a livello organizzativo e personale nella gestione delle nostre vite private in relazione alla musica suonata; di contro, un percorso prettamente musicale altamente soddisfacente in così pochi anni dalla fondazione della band, che sarà anche costituita da musicisti del settore decisamente navigati, ma che non era per nulla scontato, dandoci invece l’opportunità passata, presente e futura di calcare palchi molto prestigiosi, di avere un pubblico vivo, partecipe, amante dei nostri argomenti e della nostra musica. Tutto ciò ci dà ovviamente una carica pazzesca, oltre a quella che abbiamo già di base, quindi la somma del tutto si riversa sul palco, e insieme a noi proprio il nostro pubblico, che non si tira mai indietro su nulla; quindi direi che il percorso fatto finora vale qualunque tipo di sbattimento generale o di difficoltà da affrontare, e sempre sarà così…

  1. Cosa rappresenta «Centuries of Purgatory» nella discografia dei Darkhold?

Claudio: «Centuries of Purgatory» è il nostro nuovo passo all’interno dello sconfinato concetto di Peccato e di tutte le sue diramazioni dentro il concept stesso dell’album. Il progetto Darkhold, in quanto concept che crea concept, è partito dall’Inferno e sta transitando in Purgatorio, per arrivare ovviamente al Paradiso, quell’obiettivo tanto agognato da tutti anche se in verità nessuno se lo merita davvero: nella nostra visione sarà proprio il frutto delle azioni della nostra vita purgatoriale sulla Terra a generare ciò che la “luce” in fondo al tunnel vorrebbe essere, ma che in verità sarà ben diversa da ogni tipo di aspettativa creatasi precedentemente, esulando completamente dall’immaginario collettivo ma piuttosto basandosi su una visione destabilizzante di ogni realtà. Credo sia meglio fermarsi qui per evitare qualunque tipo di più che prematuro spoiler, senza però dimenticare che questi costrutti sono prettamente umani e in verità, nello spazio e nel tempo, c’è ben oltre: perché il Peccato non ha padrone né creatore, se non sé stesso, non conosce confini o giurisdizioni emotive e fisiche, non ha pietà e non ha obiettivi reali, non avrà fine e non se ne trova il principio, trascende regole e leggi universali ma vuole solo una cosa: essere vissuto, respirato e divulgato; il Peccato vuole tutto, e lo avrà…