Annihilus Mundi
The Dead Sea Scrolls
Con The Dead Sea Scrolls, gli Annihilus Mundi trasformano il progressive extreme metal in uno strumento narrativo, costruendo un album di 77 minuti nel quale death metal, progressive rock, orchestrazioni, elettronica e atmosfere più rarefatte
convivono all’interno di un concept ispirato a Neon Genesis Evangelion e alle esperienze personali di Daniel Saillant. Non si tratta però di un semplice esercizio di stile: la musica segue continuamente l’evoluzione della narrazione, alternando momenti aggressivi e sezioni più raccolte, fino a creare un lavoro volutamente ricco e stratificato.L’apertura affidata a “Second Impact (Overture)” chiarisce immediatamente le intenzioni. Il rumore delle cicale introduce una composizione nella quale strumenti metal, orchestra, pianoforte, clavicembalo ed elettronica vengono sovrapposti per costruire un paesaggio sonoro complesso. È un’introduzione cinematica che prepara il terreno al resto dell’album senza limitarsi a svolgere una funzione ornamentale.
“Absolute Terror” porta invece il progetto verso il death metal più diretto, mantenendo però una forte componente melodica e progressive. I riff più caotici convivono con aperture atmosferiche e con il solo di Chris Jones, mentre “A Hedgehog’s Dilemma” insiste maggiormente sul contrasto tra ritmiche aggressive e arrangiamenti orchestrali. Sono due brani che mostrano bene la capacità degli Annihilus Mundi di cambiare registro senza abbandonare completamente la propria identità.
Il cuore del disco arriva con “The Dead Sea Scrolls”. I due movimenti, “Reminiscence” e “Incursion”, formano una composizione di circa tredici minuti nella quale l’introspezione iniziale lascia progressivamente spazio a una maggiore intensità. La seconda parte, in particolare, costruisce la tensione attraverso chitarre pulite, melodie e una successiva esplosione strumentale, fino a raggiungere territori decisamente più estremi. È uno degli episodi in cui la natura progressiva dell’album emerge con maggiore chiarezza.
“Black Moon” rompe ulteriormente lo schema, spostandosi verso un death metal più compatto e immediato, con un ritornello pensato per il coinvolgimento del pubblico. “King of Thorns” torna invece a una formula più sperimentale, mescolando melodie folk, atmosfere malinconiche, passaggi jazzati e chitarre pesanti. Non tutte queste soluzioni hanno lo stesso impatto, ma proprio questa disponibilità a cambiare continuamente prospettiva rappresenta una delle caratteristiche principali del progetto.
La parte più impegnativa è probabilmente rappresentata dai quattro movimenti di “Terminal Dogma”, una suite di circa diciotto minuti che attraversa atmosfere oscure, melodie, orchestrazioni, death metal e momenti decisamente più estremi. La struttura è ambiziosa e coerente con il concept, ma la sua durata e la quantità di materiale concentrato al suo interno rendono questo segmento meno immediato rispetto alla prima metà dell’album. “Silent Planet” prosegue questa ricerca attraverso un approccio ancora più atmosferico e minimale, utilizzando rumore, stratificazioni e una ripresa tematica di “Reminiscence”.
Il disco ritrova però grande forza con “Human Instrumentality”, composizione conclusiva divisa in tre parti. Qui l’aggressività del death metal viene nuovamente affiancata da armonie vocali, progressioni più luminose e soluzioni strumentali differenti. Il finale riassume in qualche modo la filosofia dell’intero album: mettere in comunicazione linguaggi lontani per accompagnare una storia che affronta paura, religione, trauma e divisione sociale.
The Dead Sea Scrolls non è quindi un album immediato né un lavoro costruito attorno a una formula facilmente riconoscibile. La sua forza sta nella varietà e nella volontà di sviluppare ogni brano come parte di un racconto più ampio. Alcune sezioni risultano più convincenti di altre, ma l’ambizione compositiva rimane evidente dall’inizio alla fine. Gli Annihilus Mundi propongono un progressive extreme metal personale, nel quale l’elemento atmosferico non è un semplice abbellimento e la componente death metal rappresenta soltanto uno dei diversi linguaggi utilizzati.
Un disco impegnativo, stratificato e soprattutto molto personale, che richiede tempo ma offre parecchio materiale da scoprire
A.S.





