Eshtadur

In Darkness All Shadows Gone

Quattro anni. Tanto è servito agli Eshtadur per arrivare a questo disco. Non certo il tempo necessario a mettere insieme qualche riff, aggiungere due archi in sottofondo e gridare al miracolo sinfonico. E infatti, ascoltando il risultato, una cosa appare evidente: la band ha scelto di complicarsi la vita. E questa volta ha fatto bene. Il problema dell’epicità nel metal è che ormai è diventata un’etichetta buona per tutto. Basta gonfiare un arrangiamento, aggiungere qualche coro e piazzare un’orchestra dietro le chitarre per sentirsi autorizzati a parlare di musica monumentale. Peccato che la grandiosità non si possa comprare a pacchetto.Come ogni band che si rispetti, anche gli Eshtadur portano con sé alcune influenze che, durante l’ascolto, possono riaffiorare qua e là.

Una di quelle che ho percepito con maggiore immediatezza riguarda il modo di cantare di Jorg August. In alcuni passaggi il suo growl mi ha riportato alla mente gli Amon Amarth e, in particolare, quella scuola vocale resa inconfondibile da Johan Hegg.Non vuole essere una critica, ma semplicemente una mia annotazione d’ascolto: una somiglianza che, nel corso del disco, mi è tornata più volte all’orecchio.

Si possono avere chitarre enormi, una batteria devastante, riff costruiti per abbattere muri e una produzione gigantesca, ma prima o poi si arriva a un limite: una band, per quanto potente, resta una band. Un’orchestra, invece, appartiene a un’altra categoria di peso specifico. Ed è proprio da questa consapevolezza che sembra nascere il progetto degli Eshtadur.La Caldas Symphonic Orchestra non è stata chiamata a fare da tappezzeria sonora, o almeno questa è chiaramente l’intenzione. Gli Eshtadur hanno cercato di costruire un disco in cui metal e orchestra non si limitino a convivere, ma provino davvero a scontrarsi, sostenersi e, soprattutto, moltiplicarsi a vicenda.

  • Age of Antumbra mette subito le carte in tavola. Nessun ingresso timido, nessun tentativo di nascondere la natura estrema della band dietro un’orchestra troppo invadente: il metal resta al centro, mentre la componente sinfonica ne dilata le dimensioni. La differenza è sostanziale: l’orchestra non deve rendere il brano per forza più bello, ma più grande. E qui si sente.
  • Into The Woods e Umbra lasciano che l’atmosfera prenda progressivamente il sopravvento, mostrando un volto del disco più scuro e inquieto.
  • August’s Burdens dimostra che dietro questa montagna di suono non c’è soltanto la voglia di fare rumore: la costruzione è studiata, i contrasti sono ben sfruttati e la band sa quando spingere e quando lasciare respirare la composizione.
  • Fire Above Mountain Below aggiunge ulteriore profondità. È uno dei momenti in cui si capisce perché un’orchestra possa avere davvero senso in un disco metal: non perché aggiunga automaticamente qualità, ma perché crea una dimensione che cinque musicisti, con gli stessi mezzi, semplicemente non potrebbero produrre.
  • Old Shaman Blind porta il disco verso territori più evocativi, ma basta arrivare a Thunderground per ricordare che gli Eshtadur non hanno alcuna intenzione di diventare la versione metal di una colonna sonora hollywoodiana: qui si pesta ancora duro, e parecchio.
  • Ruler of the Lake allarga ulteriormente la componente cinematografica.
  • A Black Winged Waltz gioca con eleganza e oscurità, senza ridursi a una semplice dimostrazione di arrangiamento.
  • Nebulae (Virgo) cambia di nuovo prospettiva, portando il disco verso una dimensione più sospesa, quasi cosmica.
  • Omen of Millennia rimette in primo piano la monumentalità che fa da filo conduttore all’intero lavoro, prima della chiusura affidata a Soy Real.

È probabilmente questa capacità di continuare a picchiare duro a salvare il disco dal pericolo più grande: diventare pomposo.Quando perde il controllo, il metal sinfonico può trasformarsi rapidamente in una gara a chi mette più archi, più cori, più timpani e più atmosfera. E alla fine resta soltanto una gigantesca torta nuziale musicale: alta, elaborata, costosa, ma non necessariamente con qualcosa da dire.Gli Eshtadur, invece, riescono a tenere insieme muscoli e atmosfera.A questo punto, però, bisogna essere chiari: non tutto è perfetto. E meno male.

Un disco del genere non avrebbe alcun interesse se fosse soltanto una dimostrazione impeccabile di tecnica e arrangiamento. Alcuni passaggi risultano fin troppo carichi, e certe soluzioni sembrano voler ricordare all’ascoltatore, con una certa insistenza, quanto sia grande l’orchestra alle spalle della band. È però un rischio quasi inevitabile quando si sceglie di giocare una partita di queste dimensioni e, personalmente, lo preferisco alla prudenza.Gli Eshtadur non hanno preso la scorciatoia del “mettiamo l’orchestra e vediamo cosa succede”. Qui l’orchestra diventa parte del progetto, della narrazione e, soprattutto, dell’identità sonora del disco. Non serve semplicemente a rendere il metal più elegante: serve a portarlo oltre.

Ed è proprio qui che i quattro anni di lavoro acquistano senso. Non perché quattro anni siano automaticamente sinonimo di qualità — sarebbe una conclusione fin troppo facile — ma perché il risultato restituisce l’impressione di un progetto pensato, costruito e, soprattutto, voluto. Gli Eshtadur hanno avuto l’ambizione di confrontarsi con qualcosa che, per definizione, è più grande di loro. E questo confronto si sente.Alla fine, la questione è semplice. Una band può scrivere una canzone epica, o dieci, e può persino costruire un intero album attorno al concetto di epicità. Ma quando entra in campo una vera orchestra cambiano le proporzioni, cambiano i colori e cambia persino il modo in cui il suono occupa lo spazio.Gli Eshtadur lo hanno capito. E invece di nascondersi dietro l’orchestra, hanno scelto di metterla alla prova insieme alla propria musica.Il risultato non è un disco perfetto, né pretende di esserlo. È qualcosa di molto più interessante: un disco che osa essere enorme.

E in un genere in cui ormai tutti vogliono sembrare monumentali, avere il coraggio di provarci davvero fa già una bella differenza.

Stefano Bonelli

TRACKLIST:

Age of Antumbra
Into The Woods
Umbra
August’s Burdens
Fire Above Mountain Below
Old Shaman Blind
Thunderground
Ruler of the Lake
A Black Winged Waltz
Nebulae (Virgo)
Omen of Millennia
Soy Real

LINEUP:

Jorg August – vocals, guitars
Camilo Barbosa – lead guitars
Andres Gonzalez – bass
David Lopez – drums