SOMBERWIND
The Labyrinth of Self
Alcuni dischi raccontano una storia; altri nascono dall’urgenza di fare i conti con se stessi. The Labyrinth of Self, secondo album dei cileni Somberwind, appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Non insegue formule né cerca una modernità costruita con artifici produttivi: scava invece nell’oscurità dell’individuo e trasforma dolore, frustrazione, perdita, convinzioni personali e una sottile ironia in materia musicale.I Somberwind nascono alla fine del 2018 dall’incontro tra Marco Cusato e la vocalist Caterina Nix, già nota per le collaborazioni con Timo Tolkki, Chaos Magic e Aghonya. Quella che doveva essere una collaborazione tra due musicisti acquista rapidamente una direzione autonoma, fino a diventare una vera band. Il debutto Remain, pubblicato nel 2021 da Sleaszy Rider, delinea subito una proposta fondata sull’incontro tra gothic rock, dark metal e melodie malinconiche, valorizzata soprattutto dal contrasto tra voce femminile e maschile.
Dopo il debutto, la band cilena intensifica l’attività dal vivo e attraversa il 2024 con numerose esibizioni, tra cui la partecipazione all’Horror Film Festival in Cile. Nel frattempo pubblica il singolo Grind to Dust nel 2023 e realizza We Went So Far per il festival internazionale Goths for Sanctuaries. I primi segnali concreti della nuova direzione arrivano però nel 2025 con After the Dark.Con The Labyrinth of Self, i Somberwind si allontanano in parte dalla dimensione più esterna del lavoro precedente e trasformano l’album in un viaggio psicologico. Il titolo è emblematico: il labirinto non è un luogo fisico, ma lo spazio interiore in cui l’essere umano si smarrisce tra ricordi, contraddizioni, convinzioni e ferite difficili da rimarginare.
La distanza da Remain non è solo concettuale: anche il suono viene ripensato. I Somberwind adottano deliberatamente un approccio più organico, diretto e ruvido, privilegiando strumenti realmente suonati e una registrazione capace di preservare le dinamiche naturali. È una scelta significativa in un’epoca in cui molte produzioni rock e metal tendono verso una perfezione sonora spesso fin troppo levigata.Qui, al contrario, la produzione non nasconde la materia prima: la lascia respirare.Il lavoro di Nasson, responsabile di arrangiamenti, registrazione e mix, contribuisce a definire questa nuova identità. Le atmosfere gothic e dark restano centrali, ma confluiscono in una struttura più personale e meno vincolata alle convenzioni del genere. Le melodie mantengono un carattere malinconico e teatrale, mentre il dialogo tra le voci si conferma tra i tratti più riconoscibili della band.
Caterina Nix passa con naturalezza dai momenti più delicati ai passaggi di maggiore intensità, confermando una voce capace di dare profondità emotiva anche alle parti più oscure. Il suo timbro non è un semplice elemento ornamentale, ma una componente essenziale della narrazione.Accanto a lei merita una menzione partic olare Marco Cusato, alla voce e alla chitarra. Il suo timbro caldo, scuro e profondo aderisce perfettamente alle atmosfere dei Somberwind. Colpiscono soprattutto le note basse, raggiunte con naturalezza e notevole consistenza, che in alcuni passaggi evocano la profondità cupa e cavernosa resa inconfondibile da Peter Steele. Il richiamo è spontaneo, ma Cusato non ne ripropone semplicemente la formula: recupera piuttosto la capacità di usare il registro grave come autentico strumento atmosferico, aggiungendo peso, sensualità e oscurità alle composizioni.
Proprio nell’alternanza tra la profondità vocale di Cusato e la duttilità di Caterina Nix, i Somberwind trovano uno dei punti di forza dell’album. I due registri non si contrappongono: si completano e generano la tensione emotiva indispensabile a un lavoro costruito sui contrasti.Il songwriting segue la stessa filosofia. I Somberwind non puntano esclusivamente sull’impatto immediato: preferiscono costruire atmosfere, sviluppare tensioni e lasciare che siano le emozioni a guidare la struttura dei brani. Il gothic rock resta il punto di partenza, attorno al quale si muovono elementi dark metal e rock, senza la necessità di una catalogazione rigida.
È proprio questa libertà a rendere il disco particolarmente interessante.
The Labyrinth of Self non vuole essere patinato: vuole essere credibile. Rinunciare a una produzione eccessivamente moderna non è un limite, ma una precisa dichiarazione d’intenti: riportare al centro musicisti, strumenti, voci e composizione. Una scelta che rende il disco più umano e coerente con i suoi contenuti.
Anche gli arrangiamenti seguono questa direzione. Non occorre sovraccaricare ogni passaggio con strati sonori o effetti: i Somberwind lasciano spazio a chitarre, voci e dinamiche, permettendo alle atmosfere di svilupparsi senza essere soffocate dalla produzione. Ne emerge un suono volutamente imperfetto e, proprio per questo, più vivo.Rispetto a Remain, il passo avanti non coincide necessariamente con una rivoluzione stilistica. È qualcosa di più interessante: un approfondimento dell’identità della band. Il suo DNA resta riconoscibile, ma viene condotto in una dimensione più intima, autobiografica e inquieta.
The Labyrinth of Self parla di perdita, frustrazione, convinzioni personali e contraddizioni senza ridursi a un semplice esercizio di malinconia. Dietro l’oscurità rimane una componente profondamente umana, persino ironica, che sottrae la musica alla facile retorica del gothic più prevedibile.I Somberwind scelgono di entrare nel proprio labirinto, anziché limitarsi a descriverne le pareti. Lo fanno con un album che rinuncia deliberatamente alla perfezione artificiale per recuperare qualcosa che la musica contemporanea rischia spesso di perdere: la personalità. The Labyrinth of Self non cerca una via d’uscita: conduce l’ascoltatore all’interno, chiude la porta e affida alle voci, alle chitarre e alle ombre il compito di indicare la strada.
Quando ci si accorge di essersi persi, si comprende che era esattamente quello il punto.
Stefano Bonelli






