Cactus

Temple of blues II(All stars)

Carmine Appice è una figura storica dell’hard rock. Batterista dei Vanilla Fudge, dei Cactus e del supergruppo Beck, Bogert & Appice, ha contribuito a definire un modo di intendere la batteria potente, tecnico e spettacolare, influenzando generazioni di musicisti.

Una carriera lunga oltre cinquant’anni, costellata di collaborazioni prestigiose e segnata da un ruolo centrale nell’evoluzione del drumming rock.Dopo questa breve, forse scontata ma doverosa introduzione al nostro baffuto batterista, possiamo finalmente parlare di Cactus – Temple Of Blues II – All-Stars. Secondo capitolo di un progetto che, insieme al precedente, compie un vero viaggio attraverso la storia del rock e del blues, il disco prosegue sulla strada già tracciata nel primo episodio. Appice non delude e trasforma ancora una volta il progetto in un grande happening musicale, libero da regole e confini.

Il disco schiera una quantità impressionante di musicisti, chiamati dal buon Carmine per divertirsi, suonare e, soprattutto, rileggere alcuni classici del blues attraverso sensibilità completamente differenti. Citare qualche nome senza fare torto agli altri è quasi impossibile: questo secondo capitolo sembra infatti un vero compendio della storia del blues affidato alla crème de la crème del rock.Qualche citazione, però, è doverosa. Pat Travers affronta con grande trasporto Moanin’ At Midnight, mentre Bumblefoot, alias Ron Thal, imprime la sua inconfondibile personalità chitarristica a Token Chokin’. Ancora una volta il suo stile si muove con naturalezza tra tecnica, aggressività e sensibilità blues.

In Tail Dragger, alla chitarra troviamo invece nientemeno che Alex Skolnick. Il chitarrista dei Testament conserva intatta la verve metal che lo ha reso celebre, ma conferma anche quella straordinaria versatilità mostrata negli anni attraverso la sua dimensione più jazzistica e le esperienze con formazioni come i PAKT.Ed è proprio questa la forza di Temple Of Blues II – All-Stars: mettere attorno allo stesso tavolo musicisti provenienti da mondi differenti e lasciarli parlare attraverso un linguaggio comune. Il blues diventa così il punto d’incontro tra generazioni, stili e percorsi musicali apparentemente lontani.

Tra i brani del disco c’è poi una cover impossibile da ignorare: Purple Haze, uno dei capolavori assoluti di Jimi Hendrix, qui reinterpretato con la voce femminile di Melanie.È proprio davanti a composizioni di questo peso che il rischio di strafare diventa enorme. Purple Haze appartiene a quella ristretta categoria di brani talmente iconici da non avere bisogno di essere stravolti. In questo caso, però, Appice decide di intervenire in maniera piuttosto marcata sull’arrangiamento, assumendosi un rischio non indifferente.

Il risultato, fortunatamente, è comunque convincente. La voce di Melanie aggiunge una prospettiva differente al brano, mentre l’impronta di Appice lo porta verso una dimensione più muscolare e hard rock. Personalmente avrei preferito un approccio meno invasivo, perché davanti a un monumento come Purple Haze la tentazione di aggiungere troppo può facilmente trasformarsi in un limite. Ma il talento dei musicisti coinvolti riesce comunque a mantenere in piedi l’operazione.Sul piano della produzione, Temple Of Blues II – All-Stars mantiene un’impostazione volutamente calda e organica. Il suono non rincorre inutili modernizzazioni e lascia respirare gli strumenti, soprattutto le chitarre, elemento centrale di un lavoro costruito sul dialogo tra musicisti.

La batteria di Appice conserva quella fisicità che da sempre contraddistingue il suo stile: potente, presente e soprattutto capace di sostenere gli interventi degli ospiti senza soffocarli. Non è una batteria messa semplicemente in primo piano per ricordarci chi siede dietro ai tamburi: è piuttosto il motore che tiene insieme un progetto altrimenti difficile da governare.Gli arrangiamenti rappresentano un altro punto fondamentale. Non siamo di fronte a semplici riletture scolastiche dei classici del blues. Ogni ospite porta nei brani il proprio bagaglio musicale, creando una continua alternanza tra blues tradizionale, hard rock, contaminazioni più muscolari e momenti di improvvisazione.

È proprio questo intreccio a rendere interessante il disco: le diverse personalità non vengono uniformate, ma lasciate libere di confrontarsi. A volte il risultato è più incisivo, altre volte meno, ma la sensazione è quella di trovarsi davanti a musicisti che stanno realmente suonando insieme e non semplicemente eseguendo materiale preconfezionato.Naturalmente, un progetto con una quantità simile di musicisti rischia inevitabilmente di essere discontinuo. Alcuni episodi colpiscono più di altri e non tutto possiede la stessa intensità, ma sarebbe quasi impossibile pretendere un’uniformità assoluta da un disco concepito come una grande jam session. Il suo valore sta proprio nella varietà e nella possibilità di ascoltare musicisti appartenenti a generazioni e mondi differenti confrontarsi con una materia musicale che, a distanza di decenni, continua a dimostrare una vitalità impressionante.

Alla fine, Temple Of Blues II – All-Stars non è semplicemente un secondo capitolo: è una fotografia di ciò che il blues ha rappresentato e continua a rappresentare per il rock. Carmine Appice mette insieme una formazione quasi impossibile, apre le porte dello studio e lascia che siano i musicisti a parlare.Ne esce un disco certamente non perfetto, con qualche passaggio meno incisivo e qualche scelta che farà discutere, ma soprattutto un lavoro vivo, sanguigno e autentico.In un’epoca nella quale la tecnica rischia spesso di prendere il posto dell’anima, Appice sceglie ancora una volta la strada del suono, del feeling e dell’impatto. Temple Of Blues II – All-Stars non pretende di reinventare il blues: lo celebra, lo sporca, lo amplifica e lo riconsegna al rock con la forza di chi conosce perfettamente la materia e non ha bisogno di dimostrare nulla.

Perché alla fine il tempo passa, le mode cambiano, i protagonisti si avvicendano. Ma quando Carmine Appice si siede dietro una batteria, il rock non ha bisogno di essere spiegato: ha ancora bisogno di essere suonato. E lui, le bacchette, non sembra proprio avere intenzione di deporle.

 Stefano Bonelli

TRACK LIST & FEATURES

Back Door Man Pt. 1 & 2 – Eric Gales, Billy Sheehan
300 Pounds Of Joy – Ty Tabor
Moanin’ At Midnight – Pat Travers
Down In The Bottom – Dug Pinnick, Phil Soussan, Richard Fortus
Token Chokin’ – Bumblefoot
Bad Stuff – Steve Morse, Joe Lynn Turner, Derek Sherinian, Tony Franklin
Tail Dragger – Rudy Sarzo, Alex Skolnick
The Little Red Rooster – Dee Snider, Tracii Guns, Jimmy Haslip, Rockin’ Jake
Purple Haze – Temple Of Blues Version – Melanie
Spoonful – Ted Nugent, Bob Daisley
Feel So Good (CD bonus track) – Billy Sheehan, Britt Lightning, Tommy Thayer

TRACKLIST:

Back Door Man Pt. 1 & 2
300 Pounds Of Joy
Moanin’ At Midnight
Down In The Bottom
Token Chokin’
Bad Stuff
Tail Dragger
The Little Red Rooster
Purple Haze
Spoonful
Feel So Good (bonus track CD

LINEUP:

Carmine Appice – drums
Ed Terry – vocals
Artie Dillon – guitar
James Caputo – bass

SPECIAL GUESTS: 

Eric Gales – guitar, vocals
Billy Sheehan – bass
Ty Tabor – guitar
Ed Terry – vocals
Pat Travers – guitar
Dug Pinnick – guitar
Richard Fortus – guitar
Phil Soussan – bass
Bumblefoot (Ron Thal) – guitar
Steve Morse – guitar
Joe Lynn Turner – vocals
Derek Sherinian – keyboards
Tony Franklin – bass
Rudy Sarzo – bass
Alex Skolnick – guitar
Dee Snider – vocals
Tracii Guns – guitar
Jimmy Haslip – bass
Rockin’ Jake – harmonica
Melanie – vocals
Ted Nugent – guitar
Bob Daisley – bass
Britt Lightning – guitar
Tommy Thayer – guitar