Luigi Martinale Quartet

Invisible Cities

Intro dovuta:
Mi rendo conto del ritardo con cui mi accingo a recensire questo lavoro, peraltro davvero molto bello, ma Invisible Cities non è un disco che si lascia liquidare dopo pochi ascolti.

La sua struttura articolata, la ricchezza degli arrangiamenti e il continuo dialogo tra jazz, improvvisazione e scrittura orchestrale hanno richiesto tempo per essere assimilati e, soprattutto, per mettere in ordine le idee e capire fino in fondo la direzione intrapresa da Luigi Martinale.
Pianista, compositore e arrangiatore, Luigi Martinale è da anni una presenza attiva nel jazz italiano. Il suo percorso, segnato dalla ricerca e dalla capacità di muoversi tra jazz, scrittura contemporanea e dimensione cameristica, trova in Invisible Cities una delle espressioni più interessanti della sua produzione recente.

Il punto di partenza è ambizioso: trasformare in musica l’universo de Le città invisibili di Italo Calvino, uno dei testi più affascinanti e complessi della letteratura italiana. Martinale, però, non propone una semplice trasposizione: rielabora le suggestioni di Calvino in una materia sonora personale, fatta di melodie, improvvisazione, dialoghi strumentali e raffinate costruzioni orchestrali.
Il progetto è registrato dal Luigi Martinale Quartet: Luigi Martinale al pianoforte, Stefano Cocco Cantini ai sax, Yuri Goloubev al contrabbasso e Zaza Desiderio alla batteria. A loro si affianca l’Orchestra da Camera del Conservatorio Ghedini di Cuneo, diretta da Bruno Mosso. Dall’incontro tra l’anima jazzistica e quella cameristica nasce il linguaggio di Invisible Cities.

Fin dalle prime composizioni emerge una scrittura tutt’altro che ornamentale. Gli archi non svolgono un semplice ruolo di accompagnamento: dialogano con il quartetto, ne amplificano le dinamiche e allargano lo spazio sonoro. Martinale lascia ampio spazio all’improvvisazione senza perdere il controllo della struttura, mantenendo la libertà dei musicisti sempre legata alle esigenze della composizione.È uno degli aspetti più riusciti dell’album: l’improvvisazione non diventa mai una gara di velocità o tecnica. Ogni intervento nasce dall’ascolto reciproco e dal rapporto con la composizione. Il quartetto conserva una notevole libertà espressiva, sempre inserita in un’architettura precisa.

In questo contesto, Stefano Cocco Cantini assume un ruolo centrale: al tenore e al soprano, il suo sax rivela una forte capacità narrativa e diventa spesso la voce che attraversa le composizioni. Yuri Goloubev e Zaza Desiderio formano invece una sezione ritmica dinamica e sensibile, efficace tanto nei passaggi più strutturati quanto in quelli più aperti all’improvvisazione.Il pianoforte di Martinale è il centro naturale del progetto, senza trasformarsi in un protagonismo esasperato. Il musicista costruisce relazioni, lascia spazio agli altri strumenti e mantiene l’equilibrio tra scrittura e libertà: una scelta che conferisce all’album notevole maturità.

Il rapporto con Calvino va ben oltre l’uso di titoli tratti da Le città invisibili. Berenice, Maurilia, Eutropia, Notturno a Zaira e Kublai Kan e Marco Polo appartengono direttamente a quell’immaginario, ma Martinale non li descrive in modo didascalico: li interpreta come stati d’animo, paesaggi interiori, frammenti di memoria e luoghi dell’immaginazione.Questa scelta evita che il progetto diventi una semplice colonna sonora del libro: Calvino è il punto di partenza, non quello di arrivo.Anche la componente orchestrale merita attenzione. L’Orchestra da Camera del Conservatorio Ghedini di Cuneo, diretta da Bruno Mosso, non si limita a creare un tappeto sonoro: gli archi costruiscono atmosfere, ampliano le dinamiche e contribuiscono a definire le diverse composizioni. Ne nasce un dialogo autentico tra due linguaggi spesso accostati in modo artificiale.

Qui, invece, jazz e musica da camera trovano un punto d’incontro credibile.La scrittura di Martinale è sofisticata, ma non scivola mai nell’eccesso accademico. Pur articolate, le composizioni conservano una forte componente melodica, capace di guidare l’ascoltatore. È questo equilibrio a rendere Invisible Cities accessibile anche a chi non frequenta abitualmente le forme più elaborate del jazz contemporaneo.La varietà dei brani rafforza ulteriormente il progetto: Les Fleurs de Jasmin apre una dimensione evocativa; Chichita’s Wedding introduce maggiore vivacità ritmica; Spring Is Coming sviluppa una sensibilità più cameristica; Maurilia mette in primo piano la componente melodica e narrativa del quartetto. Episodi diversi, ma parte di un percorso coerente.

Anche la produzione segue la stessa filosofia. Il suono è pulito, arioso e abbastanza profondo da distinguere con chiarezza il quartetto dalla componente orchestrale. Non ci sono sovrapposizioni inutili né una ricerca esasperata della potenza: ogni strumento conserva il proprio spazio, permettendo di seguire il pianoforte, il sax, la sezione ritmica e gli archi.

È una produzione che antepone la musica all’effetto spettacolare, scelta particolarmente adatta a un album in cui il dettaglio ha un’importanza fondamentale.Alla fine del viaggio, Invisible Cities si rivela molto più di un semplice omaggio musicale a Italo Calvino. Luigi Martinale trasforma un’opera letteraria complessa in un lavoro jazzistico personale, elegante e vivo, nel quale composizione e improvvisazione convivono senza sacrificarsi a vicenda.Il valore del disco risiede proprio nel rifiuto delle scorciatoie: niente virtuosismi fini a se stessi, né orchestrazioni usate per conferire artificiosamente prestigio alla musica. Ogni elemento svolge una funzione precisa e partecipa alla costruzione di un racconto sonoro che cresce ascolto dopo ascolto.

Invisible Cities richiede attenzione, ma restituisce molto a chi decide di concedergliela. Martinale dimostra idee, personalità e una visione compositiva precisa. Le città di Calvino diventano così città musicali: luoghi immaginari in cui jazz, musica da camera e improvvisazione si incontrano senza perdere la propria identità.Un lavoro raffinato, intelligente e tutt’altro che prevedibile, che conferma come il jazz possa ancora essere ricerca, racconto e immaginazione senza rinunciare alla comunicatività. Invisible Cities non si limita a mettere in musica Calvino: costruisce un universo autonomo e invita l’ascoltatore ad attraversarlo. Se, dopo l’ultima nota, un disco continua a lasciare una traccia, significa che il viaggio è davvero riuscito.

Stefano Bonelli

TRACKLIST:

Les Fleurs de Jasmin
Berenice
Kublai Kan e Marco Polo
Chichita’s Wedding
Spring is Coming
Maurilia
Eutropia
Notturno a Zaira

LINEUP:

Luigi Martinale –  piano
Cocco Cantini   tenor /soprano sax
Yuri Goloubev –  double bass
Zaza Desiderio – drums
Madeddu Luca  Anna Peano  Elena Ghione  Enrica Bergalla Elisa Monetto Martina Cosmello Enrica Ottobrino Luca Costantino – violins
Marta Botta Marcella Scalvini Rossana Prandi – violas
Tommaso Cavallo Sofia Artioli – cellos
flute  – Veronica Gnola
clarinet  – Sara Barroero
french horn – Maddalena Donini,