Vade Aratro
I Racconti del Macero
Ci sono dischi che nascono per seguire una formula e altri che, fortunatamente, scelgono di mandarla a quel paese. I Vade Aratro appartengono senza dubbio alla seconda categoria. Definirli semplicemente una band heavy metal sarebbe riduttivo:
negli anni, il trio bolognese ha costruito una dimensione musicale propria, ironica e profondamente legata alla cultura rurale emiliana. Con I Racconti del Macero, quarto album della carriera, il gruppo torna a esplorare il concetto di Heavy Metal Agreste, questa volta con una maturità decisamente maggiore.Diciamolo subito: non è un disco per chi pretende dal metal soltanto riff, velocità e pose da guerrieri del Nord. Qui convivono campagna, memoria, adolescenza, amicizia, malinconia e ironia, insieme alla precisa volontà di raccontare un mondo appartenente a un’Italia ormai quasi scomparsa. Il tutto attraverso il linguaggio del rock e del metal, senza rinunciare alla tradizione della canzone italiana.
Il titolo stesso, I Racconti del Macero, sintetizza perfettamente questa filosofia. Il macero era un piccolo stagno artificiale utilizzato nelle campagne della Pianura Padana per la lavorazione della canapa; nell’album diventa il centro simbolico di dieci storie ambientate nell’estate del 1996. Non è quindi un semplice espediente folkloristico, ma un viaggio nella provincia bolognese e, soprattutto, in quel delicato passaggio in cui l’adolescenza comincia lentamente a lasciare spazio all’età adulta.
Sul piano musicale, i Vade Aratro continuano a muoversi senza timore in un territorio del tutto personale. L’heavy metal classico è il punto di partenza, ma si intreccia con hard rock, progressive, punk, folk e cantautorato italiano. Affiorano atmosfere della vecchia scuola britannica, accelerazioni più ruvide e stradaiole e, al tempo stesso, un gusto melodico che sembra provenire direttamente dalla tradizione musicale italiana.
È proprio questo il punto di forza dell’album: non sembra il lavoro di un gruppo straniero intento a imitare il metal americano o inglese, ma quello di una band italiana che ha finalmente scelto di trasformare la propria identità in un valore.
L’apertura affidata a Warlord chiarisce subito le intenzioni: chitarre heavy, ritmiche robuste e una vena ironica che evita al pezzo di ridursi all’ennesimo esercizio nostalgico sulla vecchia scuola. Uova Di Pietra cambia registro e mostra il lato più progressivo e visionario del gruppo; Nel Tempo Della Canapa, invece, porta in primo piano la componente nostalgica, probabilmente l’anima più autentica dell’intero lavoro.
Arrivano poi episodi come Che Il Bagno Migliore Si Fa Nello Stagno e Arare Il Mare, nei quali l’ironia entra pienamente nella scrittura senza scivolare nella macchietta. La distinzione è importante: i Vade Aratro fanno sorridere, ma non fanno musica da cabaret. Dietro l’apparente goliardia si nasconde una costruzione musicale tutt’altro che improvvisata.Ed è forse questo l’aspetto più sorprendente.
A un ascolto superficiale, infatti, si potrebbe liquidare il progetto come simpatico, originale e divertente, ma poco più. I Racconti del Macero dimostra invece l’esatto contrario: dietro la facciata agreste emergono una scrittura accurata, una notevole attenzione agli arrangiamenti e, soprattutto, una precisa volontà narrativa.Fifty e Il Ragazzo Con La Giacca Rossa rappresentano il versante più malinconico del disco. Qui il sorriso cede il passo al ricordo e la provincia, fino a quel momento apparentemente spensierata, comincia a mostrare il proprio lato più amaro. È in questi passaggi che l’album acquista spessore: la nostalgia non è un semplice ornamento, ma parte integrante del racconto.
Con Il Recinto Dei Morti il gruppo si addentra ulteriormente nella dimensione più oscura e rurale del progetto, mentre Panzer riporta l’album su territori più aggressivi e metallici.La chiusura affidata a Le Rane Di San Lorenzo, la conclusione è uno dei momenti più significativi dell’intero lavoro: una sorta di elegia agreste che chiude il cerchio e lascia affiorare la sensazione agrodolce presente in gran parte dell’album.
Un altro elemento meritevole di attenzione è la produzione. I Racconti del Macero è stato registrato in presa diretta, con i tre musicisti nella stessa stanza e un ricorso secondario alle sovraincisioni. La scelta privilegia la spontaneità e l’interazione rispetto alla perfezione chirurgica di molte produzioni contemporanee. Ne deriva un suono volutamente genuino, dinamico e poco patinato, anche se qualcuno potrebbe rimproverargli una certa mancanza di quella “botta” sonora che oggi molti si aspettano da un disco heavy metal.
A pubblicare questo lavoro particolare è Andromeda Relix, etichetta italiana guidata dal solerte Gianni Della Cioppa, da anni attenta alle produzioni più interessanti e personali della scena underground nazionale. Nel caso dei Vade Aratro, la scelta appare particolarmente azzeccata: I Racconti del Macero difficilmente può essere ricondotto a una formula commerciale e trova quindi il proprio habitat naturale in un’etichetta sensibile alle proposte fuori dagli schemi.
Alla fine della fiera, I Racconti del Macero è un disco strano, ed è proprio per questo che funziona.Non è sempre immediato, non insegue la modernità a ogni costo e, in alcuni passaggi, può apparire persino troppo legato alla propria dimensione narrativa. Sarebbe però sbagliato valutarlo secondo i parametri dell’heavy metal convenzionale: i Vade Aratro giocano un’altra partita.
La loro vera forza consiste nell’aver trasformato la provincia italiana in materia musicale, senza rinnegare la propria lingua, le proprie radici o quella sana ironia che il metal contemporaneo sembra spesso aver dimenticato.Lasciamo dunque che gli altri continuino a parlare di cliché, pose, oscurità e apocalissi.I Vade Aratro, invece, preferiscono raccontare stagni, canapa, campi, ragazzi, ricordi e rane.E lo fanno con chitarre distorte, basso, batteria e una generosa dose di faccia tosta. I Racconti del Macero probabilmente non cambierà la storia dell’heavy metal, ma dimostra con forza che è ancora possibile costruire un’identità autentica.
E oggi, francamente, non è affatto poco.
StefanoBonelli





