Behemoth
I Scvlptor
Un nuovo disco dei Behemoth? Sì e no. “I, Scvlptor” non è propriamente il successore di “The Shit Ov God”, ma un’uscita piuttosto particolare che mette insieme materiale nuovo, vecchi brani riletti con il suono attuale, un pezzo rimasto fuori dalle sessioni dell’ultimo album e due cover.
Insomma, più che un vero e proprio album, una sorta di punto della situazione per la creatura di Nergal. La title track parte subito mettendo in mostra i Behemoth che conosciamo: produzione enorme, ritmiche pesanti e quell’atmosfera rituale e minacciosa che ormai è diventata il marchio di fabbrica della band polacca. “Lord ov the Horizons” aggiunge invece una componente più melodica e atmosferica, mostrando un lato meno prevedibile e, forse proprio per questo, più interessante.
Il discorso cambia con “Rise of the Blackstorm of Evil” e “In Thy Pandemaeternum”, due composizioni provenienti dagli anni ’90 che vengono riprese e riportate a nuova vita attraverso il suono attuale della band. La cosa curiosa è che, pur perdendo inevitabilmente parte della rozzezza originale, i pezzi acquistano una potenza notevole e permettono di capire quanto fossero già ambiziose le idee di Nergal ai tempi degli esordi.
“Begotten”, invece, arriva dalle sessioni di “The Shit Ov God” e si distingue per un approccio più oscuro e quasi gothic/new wave. Non è necessariamente il pezzo migliore del lotto, ma è proprio la sua diversità a renderlo interessante. E poi ci sono le cover. “In League With Satan” dei Venom è una scelta quasi obbligata per una band come i Behemoth, mentre “The Return of Darkness and Evil” dei Bathory, registrata dal vivo con Sakis Tolis dei Rotting Christ alla voce, rende omaggio in maniera ancora più esplicita alle radici dell’estremo europeo. Due episodi che funzionano perché i polacchi non cercano di snaturare gli originali, ma semplicemente li fanno passare attraverso il proprio sound.
A chiudere troviamo il rough mix di “Lord ov the Horizons“, interessante soprattutto per i completisti e per chi vuole ascoltare il brano in una veste più grezza. Detto questo, “I, Scvlptor” non è il nuovo capolavoro dei Behemoth e non ha nemmeno la compattezza di un vero full-length. Ma giudicarlo con gli stessi parametri di un album sarebbe probabilmente sbagliato. Preso per quello che è, funziona: è un piccolo viaggio tra passato e presente di una band che, dopo oltre trent’anni, può permettersi di recuperare vecchi pezzi, sperimentare con materiale rimasto nel cassetto e rendere omaggio ai propri maestri senza sembrare fuori posto.
Non indispensabile, dunque, ma nemmeno un semplice riempitivo. Per i fan dei Behemoth, “I, Scvlptor” ha più di qualche motivo per meritare un ascolto.
🕇 𝓓𝓻𝓪𝓴𝓾𝓵 𝟚𝟙𝟠 🕇





