Triskelyon
Metalmorphosis
Geoff Waye, è un chitarrista canadese di St. John’s, Newfoundland and Labrador, attivo da molti anni nella scena metal locale.
Dopo alcune esperienze con varie band arriva nel gruppo in cui ancora risulta essere accredito i Catagory VI ma oggi parleremo del nuovo disco dela sua band ovvero i Trisklyon e lo facciamo con un disco fresco di pubblicazione.Ci sono dischi nati con l’ambizione di dimostrare qualcosa e altri concepiti, più semplicemente, per divertire. Metalmorphosis, il nuovo lavoro dei canadesi Triskelyon, appartiene decisamente alla seconda categoria e va quindi affrontato con lo spirito giusto. Pubblicato il 21 agosto 2026 da Moribund Records, l’album non propone materiale originale, ma raccoglie nove cover: Geoff Waye e i suoi musicisti prendono alcune autentiche icone della musica degli anni Ottanta e le trasformano secondo la propria visione metal.
La parte più divertente dell’operazione consiste proprio nell’ascoltare brani famosissimi interpretati da musicisti completamente diversi dagli artisti che li hanno resi celebri. Il gioco funziona perché conosciamo perfettamente le versioni originali.
Quando parte “Everybody Wants to Rule the World” dei Tears for Fears, per esempio, il cervello riconosce subito la melodia; pochi secondi dopo, però, ci si ritrova immersi in un muro di chitarre, ritmiche aggressive e batteria metal. Il contrasto è evidente e, soprattutto, divertente.
Lo stesso vale per “Summer of ’69” di Bryan Adams, un brano così conosciuto da essere ormai entrato nell’immaginario collettivo. I Triskelyon non cercano di cancellarne l’identità, ma di renderlo più pesante e aggressivo. È questa la chiave di lettura dell’intero album: non rifare i pezzi fingendo che siano composizioni originali, bensì osservare come cambiano una volta passati attraverso il filtro del metal.Riconoscere le varie canzoni diventa quasi un gioco.
“The Safety Dance” dei Men Without Hats acquista una dimensione decisamente più muscolare, mentre “Overkill” dei Men at Work mostra quanto possa essere curioso rivestire di chitarre metal una canzone pop-rock conosciutissima. “Heartbreaker” di Pat Benatar è invece uno degli episodi che meglio evidenziano la capacità della band di conservare la melodia originale aggiungendovi maggiore aggressività.
Altrettanto interessanti sono “Nobody’s Business” di Billy Idol, già presente nel repertorio dei Triskelyon, “It Doesn’t Really Matter” dei Platinum Blonde e “Hungry Like the Wolf” dei Duran Duran. Quattro delle nove tracce erano già state pubblicate nei precedenti album della band, mentre il resto del materiale è inedito per questa raccolta.La vera sorpresa è scoprire che queste canzoni, pur essendo nate in contesti musicali molto diversi, sopportano sorprendentemente bene la metamorfosi metallica. Le melodie restano riconoscibili, ma cambiano peso, velocità e aggressività. Geoff Waye ha descritto lo spirito dell’operazione come una sorta di “metalizzazione” di brani rock e pop iconici degli anni Ottanta, realizzata attraverso chitarre roboanti e una componente ritmica decisamente più energica.
Il viaggio si completa con “Major Tom (Coming Home)” di Peter Schilling, qui proposto nella versione rimasterizzata del 2026. In questo percorso musicale, il fattore nostalgia svolge un ruolo tutt’altro che secondario.Non avrebbe senso giudicare Metalmorphosis con gli stessi parametri riservati a un album di inediti. Non bisogna cercarvi una rivoluzione musicale, né aspettarsi nuove composizioni destinate a cambiare il volto del thrash metal. Il valore del disco sta altrove: nel piacere di riconoscere una canzone ascoltata centinaia di volte e scoprire cosa accade quando viene reinterpretata da una band metal.
È un po’ come riprendere un vecchio film che si conosce a memoria e guardarlo con attori completamente diversi: la storia resta la stessa, ma cambiano le espressioni, l’atmosfera e il modo in cui la percepiamo.I Triskelyon affrontano la sfida senza prendersi troppo sul serio, e proprio questa è probabilmente la loro arma migliore. Metalmorphosis dura circa 35 minuti e scorre rapidamente, senza appesantire l’ascolto.Alla fine resta soprattutto una sensazione: il divertimento. E non è affatto poco. Riascoltare “Everybody Wants to Rule the World”, “Summer of ’69”, “The Safety Dance”, “Heartbreaker” o “Hungry Like the Wolf” potrebbe sembrare un semplice esercizio nostalgico; sentirle trasformate in brani metal dai Triskelyon diventa invece un’esperienza completamente diversa.
Metalmorphosis non è un disco indispensabile per comprendere l’evoluzione della band, ma è certamente un lavoro curioso e piacevole, capace soprattutto di strappare più di un sorriso a chi ama sia il metal sia i grandi classici che hanno accompagnato un’intera generazione.
E forse è proprio questo il suo merito maggiore: prendere canzoni che tutti conosciamo e farcele riscoprire attraverso le mani, le chitarre e l’energia di altri musicisti.
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