Tsar Stangra
Hymns of the Broken Worlds
Gli Tsar Stangra con “Химните на разрушените светове (Hymns of the Broken Worlds)” non fanno semplicemente un disco: costruiscono una specie di tempio in rovina, dove black metal, folklore bulgaro, memoria ed esilio si scontrano senza mai davvero fondersi.
È un album enorme, ambizioso fino all’eccesso, e si sente: a tratti travolge, a tratti sovrasta.Quando la band colpisce, colpisce forte. “Thracians – Black Hymns for the Lost Ones (Thracians – Black Hymns for the Lost Ones)”, “Khan Asparuh (Khan Asparuh)” e “Guardians of the Earth (Guardians of the Earth)” sono momenti in cui tutto prende fuoco: il black metal si sporca di terra balcanica, i richiami folk non sono ornamento ma nervo vivo, e l’impatto è quasi cinematografico, come assistere a un rito antico che si sta ancora consumando. Qui il gruppo convince davvero, perché non spiega: evoca.
Ma non tutto resta così compatto. L’ambizione del concept, così stratificato e denso di storia, poesia e simboli, ogni tanto si mangia la musica. Alcuni passaggi diventano più “idea” che canzone, più costruzione mentale che urto emotivo. Si percepisce una certa ridondanza, come se il disco volesse dire tutto insieme e finisse per chiedere troppo all’ascoltatore.
Eppure è proprio questo eccesso a renderlo credibile. Non è un lavoro levigato né pensato per essere comodo: è sporco, instabile, pieno di fratture. Il black metal qui non è citazione ma linguaggio di sopravvivenza culturale, e nei momenti più rituali — soprattutto in “The Return of the Native God (The Return of the Native God)” — diventa qualcosa di quasi fisico, come una cerimonia che non sta chiedendo permesso.
a chiusura con “Bulgarian Language (Bulgarian Language)” è il momento più semplice e forse più potente: dopo dei, guerre, migrazioni e simboli, resta la cosa più fragile e più resistente di tutte, la lingua. Quella che tiene insieme tutto quando il resto si sgretola.
In definitiva, “Hymns of the Broken Worlds” è un disco imperfetto ma vivo, a tratti dispersivo ma mai finto. Non cerca di piacere, cerca di esistere nella sua forma più estrema. E anche quando esagera, non suona mai vuoto.
Drakul 218





