Liminal Sky

All Tomorrow’s Darkness

Ci sono album che si ascoltano e album che si abitano, All Tomorrow’s Darkness, opera d’esordio dei Liminal Sky, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non è un disco che entra dalla porta principale e si accomoda ma è piuttosto una casa di vetro costruita su una scogliera, esposta a tutti i venti del dolore e della speranza, dove ogni stanza risuona di un’eco diversa ma complementare. Il progetto, nato dalle ceneri dei Messenger, vede la maturazione del sodalizio tra Daniel Knight e il produttore Jaime Gomez Arellano. Tuttavia, la cifra stilistica di quest’opera non è una mera continuazione, bensì una trasmutazione. Se i Messenger esploravano territori più definiti, i Liminal Sky abitano il confine, la terra di mezzo evocata dal nome stesso.

La loro musica è una pastorale malinconica, un lento e inesorabile dipanarsi di archi e chitarre che si muovono con la grazia austera di un cielo nuvoloso che si schiude all’improvviso.La forza di questo disco risiede nella sua straordinaria architettura sonora, costruita con materiali preziosi e laceranti. L’album è un affresco corale che vanta collaborazioni d’eccezione, ma è Mat McNerney (Hexvessel) a farne la spina dorsale emotiva.

La sua voce, presente in sei tracce, è il filo di Arianna che ci guida attraverso il labirinto del lutto. I testi, scritti in un momento di profonda sofferenza personale per la perdita della madre, conferiscono a brani come “In Some Secret Universe” e “Algebra of Unknowing” un’autenticità che trafigge. Non c’è artificio in queste parole, solo la nuda cronaca di un’anima che cerca di mettere ordine nel caos della scomparsa.

Attorno a McNerney, si muovono presenze spettrali che arricchiscono il quadro senza mai sovvertirlo. Kristoffer “Garm” Rygg (Ulver) dona la sua fragile intensità a due brani, mentre Karin Park (Årabrot) scolpisce “Penance” con una cruda gravità che lascia il segno. L’apparato strumentale, poi, è un microcosmo di suoni: il sassofono e la lap steel di Lars Horntveth (Jaga Jazzist) si intrecciano agli archi tremolanti di Alicia Nurho, mentre le percussioni ritualistiche di Anders Møller e le ultime, eteree note di pianoforte di Tore Ylwizaker (Ulver), donano al tutto un alone di sacralità e commiato. È un suono lussureggiante ma mai barocco, dove ogni nota è al servizio del sentimento.

Il singolo “Some Other Time” è il manifesto programmatico del disco. Nato dal dolore condiviso per la perdita di un familiare di Gomez a causa del Covid e del lento svanire della madre di McNerney a causa dell’Alzheimer, il brano trasforma il ricordo in una resistenza attiva. La musica non celebra la morte, ma la persistenza dell’amore che si evolve nel dolore. È un pezzo che si erge come un monumento alla sofferenza di un amore senza addio, dove il crescendo finale non è una liberazione, ma un’accettazione rassegnata e potente.

Eclettico ma coerente, All Tomorrow’s Darkness è un lavoro che sfida le facili etichette. È post-rock, certo, ma anche molto di più: vi si avvertono le inquietudini progressive dei primi Opeth, lo spasmo vocale di Jeff Buckley, l’atmosfera rarefatta dei Talk Talk (periodo Spirit of Eden) e l’immensità catartica dei Godspeed You! Black Emperor.

È un disco che non cerca una risoluzione, perché sa che alcune ferite non si rimarginano, si imparano solo a portare. Con questo album, i Liminal Sky non chiudono un cerchio, ma aprono una porta. È la fine di un periodo oscuro e l’inizio di un nuovo cammino, già annunciato dalla scrittura del prossimo lavoro. In un panorama musicale spesso urlato, All Tomorrow’s Darkness è il sussurro di chi ha visto l’abisso e ha scelto di raccontarlo con una bellezza disarmante.

Massimo Cassibba

TRACKLIST:

Some Other Time
A Solitary Future
In Some Secret Universe
Forget Me Not
Penance
The Weight of Heaven
Algebra of Unknowing
Oar on the Mooring
All Tomorrow’s Darkness

LINEUP:

Daniel Knight – guitars, bass, keyboards.
Jaime Gomez Arellano – drums, guitars, keyboards.
Mat McNerney – vocals on tracks 1, 3, 4, 7, 8 ,9
Kristoffer Rygg – vocals on tracks 2, 6 – percussion and effects on tracks 6, 7, 9
Karin Park – vocals on track 5
Daniel O’Sullivan – intro vocals on track 9
Lars Horntveth – saxophone, synths, lapsteel on Tracks 1, 2, 5, 7
Alicia Nurho – violin, viola on Tracks 1, 3, 5, 7
Anders Møller – percussion on Tracks 3, 6, 9
Tore Ylwizaker – piano on track 3
Ole Alexander Halstensgård – keyboards on tracks 2, 3
Matt Rozeik – synths on Track 2