PATH OF SORROW – INTERVISTA PER TEMPIDURI
A cura di Drakul218
- Dal punto di vista sonoro, Horror Museum fonde elementi di melodic death metal con ritmi serrati e dissonanze sinistre. Come avete lavorato su questo equilibrio?
Roby (Robert Lucifer, bassista): Siamo partiti dalle nostre radici melodic death, soprattutto dal Göteborg sound degli anni ’90, ma volevamo che il disco suonasse anche moderno. Quindi abbiamo cercato di bilanciare melodia, aggressività e parti più tecniche. L’idea era mantenere brani riconoscibili, ma con abbastanza cattiveria da non perdere l’anima death metal.
- In che modo avete tradotto le tematiche oscure del concept in sonorità strumentali aggressive e melodiche?
Roby: Molto dipende dall’atmosfera del brano. Se una canzone rappresenta una paura più oppressiva, magari usiamo riff più pesanti o dissonanti. Se invece il brano ha una componente più emotiva, lasciamo spazio alla melodia. La musica deve sempre riflettere quello che sta succedendo nel “museo”.
- Quali sono state le principali influenze musicali durante la scrittura di questo album?
Roby: Sicuramente il melodic death svedese degli anni ’90, band come Dark Tranquillity o At The Gates. Poi ci sono influenze più moderne come Revocation o Veil of Maya, e anche qualcosa di più estremo alla Morbid Angel o Decapitated. Alla fine, però, cerchiamo sempre di filtrare tutto attraverso la nostra identità.
- Alcuni brani alternano sezioni veloci e più pesanti. Come avete gestito la dinamica tra questi elementi?
Roby: È una cosa che ci piace molto perché crea tensione. Le parti veloci danno energia, quelle più pesanti o atmosferiche permettono di respirare e di costruire l’immaginario del brano. Il segreto è far sì che non sembri un collage, ma una storia musicale. Caesar (chitarrista): Per noi è fondamentale la tensione. Alternare velocità e pesantezza aiuta a creare un senso di movimento e di imprevedibilità.
- “The Butcher” è stato pubblicato come singolo anticipatore del full-length: cosa rappresenta questo brano nello schema generale del disco?
Roby: The Butcher è uno dei brani più diretti e rappresenta bene il lato più brutale del disco. Rappresenta la “fame” che nascondiamo dentro: il nostro bisogno di nutrirci delle vite altrui, incuranti del dolore che questo può causare. È il bisogno nascosto di fare del male e di provare piacere nel farlo, ma non come bestie: come esseri umani. Ed è proprio questo che spaventa ancora di più, perché è un male ragionato.
- Quanto è importante per voi mantenere un’identità forte pur evolvendo il vostro sound?
Roby: È fondamentale. Evolversi è importante, ma non vogliamo diventare qualcosa che non siamo. Ogni disco può esplorare territori nuovi, però deve sempre restare riconoscibile come Path Of Sorrow.
- Avete sperimentato con strumenti o arrangiamenti non convenzionali per il vostro genere in questo lavoro?
Roby: Sì, abbiamo cercato di inserire alcuni elementi diversi quando servivano all’atmosfera del brano. Non per fare “esperimenti” a caso, ma per arricchire il mondo sonoro del museo. In questo disco compaiono la voce femminile di Miriam (che ormai è parte della band) e le tastiere di Ivano, ex chitarrista della prima formazione, nonché il fonico da cui abbiamo registrato chitarre e basso. Il tutto è poi passato nelle sapienti mani di Fabio Paolombi del Blackwave Studio, che ha fatto un lavoro meraviglioso con mix e master.
- Quale traccia pensate possa sorprendere di più chi ascolta l’album per la prima volta?
Roby: Probabilmente Elegy Of The Fallen, perché la voce femminile è un bel colpo per chi era abituato ai vecchi Path Of Sorrow; ma anche Divina Voluntas per l’uso dello spagnolo, o la stessa Path Of Sorrow per il lavoro di chorus nel ritornello. Molti si aspettano solo aggressività da un disco death metal, mentre in realtà ci piace lavorare molto sulle sfumature.
- C’è un momento compositivo in Horror Museum che ricordate come particolarmente sfidante?
Roby: Direi Divina Voluntas, per i mille incastri tra linee vocali e linee strumentali, ma anche Path Of Sorrow è stata un’impresa portarla “a casa”. Quando hai musicisti molto diversi tra loro è facile andare in direzioni opposte. La sfida è stata trovare un punto in cui tutte le anime della band funzionassero insieme.
- Quale sensazione sperate resti all’ascoltatore una volta terminato l’album?
Roby: La sensazione di aver fatto un viaggio, di esserne usciti senza capire se ci si è persi nelle proprie paure o se si è trovato ciò che non volevamo esplorare. Secondo noi il disco è diverso a ogni ascolto, finché non si trova la propria chiave di lettura: come un quadro di cui non si sa niente, ma che provoca gli effetti della sindrome di Stendhal. Se alla fine qualcuno ha l’impressione di essere entrato davvero nel nostro museo, allora abbiamo fatto bene il nostro lavoro.





