Beyond The Black
Break the silence
Tornano alla pubblicazione i tedeschi Beyond the Black, sesto album dal 2015. L’apice espressivo si aveva avuto nel 2003 con il precedente lavoro che appariva un magnifica opera d’arte senza difetti e con una capacità di scrittura davvero efficace. Stilisticamente qui non cambia nulla, gli arrangiamenti sono egualmente d’impatto e allo stesso modo il songwriting emana forza, solo che mancano canzoni di valore, nel senso che riff e melodie ripetono accordi e linee che sembrano copie del già sentito, e quindi spesso le composizioni suonano scontate. Le prime tre tracce sono esempi evidenti di questa criticità; sia ‘Rising High’ che la title-track che ‘The Art of being alone’ vivono di vita riflessa.
Invece l’album di tre anni fa, pur non re-inventando il genere, e mantenendolo del tutto dentro la classicità più spinta, era riuscito a creare canzoni ognuna singolarmente bella e unica. Quando non si hanno idee che fanno evolvere il genere, bisogna saper comporre riff-rama e cantati che siano “canzoni aggiuntive” al panorama di riferimento e non riproposizione troppo canonica di frasi già ascoltate. Qualcosa esce da questo aspetto negativo, ma nel complesso è un lavoro ben al di sotto di quello precedente.
Molto particolare il brano ‘LET THERE BE THE RAIN’ a causa di un coro femminile enfaticamente folk, è un pezzo di una certa leggerezza ariosa, ma appare una delle cose più originali del disco, il ritmo è ballabile con diversi stop che evitano l’abbandonarsi ad una cadenza troppo commerciale, mentre le strofe toniche e tese, e un assolo tagliente, fanno da contraltare al coretto quasi infantile che caratterizza lo spirito della canzone; una bella trovata che funziona molto bene. Se l’album tende alla luce felice, un episodio come ‘RAVENS’ volge al dark gotico, è soft ma non è una ballata rassicurante in quanto l’atmosfera vive di un pathos meditabondo.
Il goticismo americaneggiante di ‘THE FLOOD’, con anche voce elettronica, fonde insieme senso commerciale e feeling emotivo riuscendo a donare una efficace teatralità. La migliore traccia energica è ‘HOLOGRAM’ che immette un po’ di azione arrembante e alza l’asticella metal. ‘WELTSCHMERZ’ cambia registro; per quanto contenga alcune caratteristiche metal sinfoniche classiche, se ne distacca, facendosi algida come certe cose molto sussurrate del mondo pop-celtico-rock che ricordano le cantanti dalla voce morbida come Aurora, è un ottimo pezzo descrittivo che vaga ondeggiando soave fino ad una accentazione finale che diventa enfaticamente vibrante.
In realtà chi non conosce tutto il metal può trarre grande piacere dall’ascolto di questo album, considerando infatti la capacità di essere commerciale e non commerciale contemporaneamente, la band sfugge le arie troppo catchy. Dato che il gruppo tende a limitare l’uso di fughe sinfoniche o folk, diventa alto il rischio di colorare la propria musica di troppo pop, fortunatamente ciò non avviene soprattutto perché si tende a porsi all’interno di una visione gothic-metal, e così anche ciò che è orecchiabile diventa serioso e compatto. E’ una specifica loro abilità ereditata dal passato che non si è persa nemmeno in questa diminuzione qualitativa della scrittura.
Si può dire che in tale comportamento il gruppo può essere associato ad Evanescence e Delain, le quali realtà come i ‘Beyond…’ mantengono una intensità caratterialmente meno superficiale.
Roberto Sky Latini





