Lamine

Fastfood

Il 28 gennaio 2026 segna un ritorno necessario e peculiare: esce “Fast Food”, il nuovo album di Lamine, progetto artistico di Viviana Strambelli. Necessario perché arriva dopo un tempo di sospensione e progetti sonori interrotti;
peculiare perché non tenta di ricomporre ciò che era in modo lineare, ma sceglie di farne materia viva. “Fast Food” non è un disco che cerca di piacere o di aderire a un’estetica riconoscibile: è un’opera che usa tutto ciò che ha a disposizione per difendere un’urgenza espressiva che non accetta compromessi.L’ascolto si apre con la consapevolezza che qui non si tratta di “consumare” musica, ma di essere consumati e, al tempo stesso, rigenerati da essa. Il titolo “Fast Food” evoca un sistema che accelera, che divora; eppure Lamine rovescia la prospettiva: se il mondo corre, allora si può correre anche noi, non per adeguarsi ma per far passare ciò che resiste. L’album nasce da una dichiarazione poetica e politica insieme: Useremo tutto. Gli scarti. I frammenti. La velocità. L’artificio.” Non c’è nostalgia per una purezza perduta e i mezzi diventano strumenti di sopravvivenza, armi gentili per proteggere la necessità di dire.

la produzione di Francesco “Fuzzy” Fracassi  sostiene questa tensione. Le chitarre, i violini e la voce di Lamine si intrecciano in un equilibrio fragile.L’album è registrato al Quadraro Basement di Roma, luogo che sembra quasi trattenere nelle pareti l’eco di ogni esitazione e di ogni slancio. Il suono non è levigato: è vivo, talvolta ruvido. E proprio in questa ruvidità si annida la coerenza dell’album.“Tritacarne”, brano di apertura e centro emotivo del disco, è una dichiarazione di intenti.Il corpo attraversato, trasformato, macinato eppure ancora presente diventa paesaggio.L’ascolto è un’esperienza fisica: la voce si incrina e poi si ricompone, come se ogni parola dovesse attraversare una soglia di resistenza prima di farsi suono. La luna, figura silenziosa che accompagna e osserva senza giudicare, introduce una dimensione quasi sacrale ma priva di retorica. Non c’è trionfo nella rinascita raccontata da Lamine; c’è piuttosto una forza silenziosa, una cura che continua a esistere anche quando sembra esaurita. È una canzone che non chiede applausi, ma ascolto.

Con “Secondo Disco” cambia il registro: ironia e disincanto si mescolano in un brano che parla del “dopo”. Dopo l’esordio, dopo le aspettative, dopo l’entusiasmo iniziale. È un pezzo narrativo, che riflette sulla condizione dell’artista e sull’idea stessa di percorso. Lamine rifiuta la linearità come promessa rassicurante e accetta la frattura come condizione creativa. Musicalmente, il brano gioca con strutture che sembrano avviarsi verso un ritornello tradizionale per poi deviare altrove, come a sottolineare che non esiste una traiettoria obbligata. È una dichiarazione di libertà, ma anche di responsabilità: restare, nonostante tutto.Pentothal”, ispirato all’immaginario di Andrea Pazienza, è uno dei momenti più visionari del disco. Qui Lamine costruisce un personaggio che cammina dritto senza guardarsi intorno, mentre il mondo si sfalda come in un gioco infantile.

L’atmosfera è sospesa, quasi onirica, ma sotto la superficie si percepisce una tensione costante. La corsa cieca verso un muro invisibile diventa metafora di una generazione che procede per inerzia, tra fede e disincanto. Lamine non giudica il suo protagonista: lo osserva, lo segue, ne registra il percorso finale con uno sguardo che è insieme tenero e spietato. È un brano che chiede di essere riascoltato, perché ogni dettaglio sonoro sembra nascondere un significato ulteriore.Con “Roma” il disco si radica in uno spazio concreto. La città non è cartolina né mito: è un organismo vivo, stanco, attraversato quotidianamente. Lamine canta una Roma lontana dalle narrazioni epiche, fatta di battaglie finite e di equilibri precari. La musica si fa più ariosa, ma non meno intensa: le chitarre disegnano linee che sembrano seguire il traffico, le attese, le ripartenze. C’è una luce tenue in questo brano, una sopravvivenza che non ha bisogno di proclami. Roma diventa il simbolo di ciò che resta dopo l’urto, quando si deve ricominciare a camminare con ciò che si ha.

Iononhoundio” è forse il momento più spoglio e minimale dell’album. Una preghiera laica che non cerca risposte trascendenti ma uno sguardo umano. Qui Dio non è un’entità, ma un bisogno elementare: essere visti, essere riconosciuti, essere amati. Lamine canta con una delicatezza che non scivola mai nel compiacimento. Ogni parola sembra pesata, ogni pausa è significativa. È un brano che parla di solitudine senza indulgere nel vittimismo, che trasforma la fragilità in una forma di resistenza. Nell’economia del disco, rappresenta un punto di sospensione, un respiro necessario prima dell’ultimo affondo.

E l’affondo arriva con “Tu spezzi le ali agli angeli la mattina”, il brano più diretto e rabbioso. Qui il linguaggio si fa duro, quasi tagliente. È un attacco frontale a chi neutralizza la poesia, a chi esercita potere spezzando ciò che è fragile. La musica accompagna questa tensione con un crescendo che non lascia spazio a vie di fuga. Non c’è metafora che addolcisca il colpo: è un atto di difesa della creazione, una presa di posizione netta. Lamine non cerca la provocazione fine a se stessa; cerca la verità di ciò che passa attraverso i materiali, anche quando quei materiali sono imperfetti, sporchi, disturbanti.

Ascoltare “Fast Food” dall’inizio alla fine significa attraversare un paesaggio stratificato, dove ogni brano è un frammento che trova senso nel dialogo con gli altri. L’album colleziona “scarti” e li trasforma in architettura sonora coerente. Non c’è un’estetica dominante che uniforma tutto; c’è piuttosto una tensione costante che tiene insieme le differenze. In questo senso, la voce di Lamine è il vero filo capace di farsi sussurro o lama a seconda della necessità.Il percorso di Viviana Strambelli ,dall’esperienza come attrice al cinema e in televisione fino ai riconoscimenti ottenuti in ambito musicale , si sente tutto in questo disco.La dimensione performativa, l’attenzione al testo, la capacità di abitare le parole prima ancora di pronunciarle sono elementi che rendono l’ascolto quasi teatrale. Ogni brano sembra una scena, ogni variazione vocale un gesto.Fast Food” non è adesione né provocazione, ma strategia di attraversamento. In un sistema che chiede forme riconoscibili, Lamine usa le forme come veicoli, non come identità. Difende una sola cosa, non negoziabile: la necessità di dire. Tutto il resto, i generi, le aspettative, le etichette, diventa materia plasmabile.

A fine ascolto resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di urgente e autentico. “Fast Food” non si lascia consumare in fretta, nonostante il titolo. Chiede tempo, attenzione, disponibilità a essere messi in discussione. È un ritorno importante perché riafferma la voce di Lamine come una delle più personali e coraggiose della scena contemporanea; e sceglie di farlo senza scorciatoie, trasformando gli scarti in linguaggio e la fragilità in forza.

Anna Cimenti

TRACKLIST:

Tritacarne
Secondo Disco
Pentothal
Roma
Iononhoundio
Tu spezzi le ali agli angeli la matti

LINEUP:

Lamine – voce, chitarre, violini
Francesco “Fuzzy” Fracassi – produttore
Andrea Ciccorelli – illustrazioni
Alida Pintus – illustrazioni
Registrato al Quadraro Basement (Roma)