Mike Orange

Aranciata Amara

Ascoltare “Aranciata Amara” di Mike Orange è un’esperienza che somiglia molto a entrare in un bar di provincia a metà pomeriggio, quando il rumore del mondo si abbassa di qualche decibel e rimani solo con i tuoi pensieri. Non è un disco che chiede con forza attenzione, ti si siede accanto, ordina qualcosa di fresco e amaro, e aspetta. Aspetta che tu sia pronto.Ed è forse proprio qui che sta la sua forza più grande.Fin dalle prime note si capisce che “Aranciata Amara” non è un semplice EP, ma un piccolo spazio emotivo da attraversare con calma. Mike Orange lo dice chiaramente: non è un disco da spiegare. E infatti funziona meglio quando smetti di cercare risposte e inizi ad ascoltare quello che succede dentro di te mentre le canzoni scorrono. È un lavoro che parla di energia che scende, di stanze che diventano più vere, di quei momenti sospesi in cui non succede niente di eclatante, ma succede tutto.

Il titolo è una dichiarazione d’intenti. L’aranciata amara è la bevanda che scegli quando vuoi qualcosa di dissetante, ma non ti basta il dolce. Vuoi un gusto più netto, deciso, magari anche spiazzante. Allo stesso modo, questo EP gioca continuamente sul contrasto: tra leggerezza e disillusione, tra melodie immediate e testi che scavano piano. Dopo *Arancio* e *Sensibile*, Mike Orange torna a dialogare con il proprio nome e con la propria identità artistica, ma lo fa da una posizione diversa, più matura, meno desiderosa di piacere a tutti.

C’è un senso di “dolceamaro emotivo” che attraversa tutto il disco. Le canzoni raccontano esperienze comuni , l’ispirazione, la solitudine, gli incontri fugaci, la perdita,ma lo fanno senza retorica, senza bisogno di alzare la voce. Anche quando i temi si fanno più scuri, la musica non si appesantisce mai davvero. Anzi, spesso accade il contrario: le ballate più amare si trasformano in melodie cantabili, mentre i brani apparentemente più leggeri nascondono pensieri profondi, quasi scomodi.Il lavoro della band è fondamentale nel creare questo equilibrio. Gli arrangiamenti sono curati, ma mai invadenti; ogni strumento sembra sapere esattamente quando farsi avanti e quando fare un passo indietro. Le tastiere di Alberto Ceselli disegnano ambienti più che melodie, la sezione ritmica di Nicola Cremaschini e Simone Mazzola è solida ma elastica, capace di sostenere senza irrigidire, mentre le chitarre di Alberto Ubbiali aggiungono colore e sfumature senza mai rubare la scena. Tutto è al servizio delle canzoni, e questo oggi non è affatto scontato.

L’apertura con Dirò e rifarò è quasi un manifesto poetico. Parlare dell’ispirazione come di una stella cadente è un’immagine semplice ma potentissima: l’idea che la creatività sia un attimo fugace, che va colto con allenamento e attenzione. È una canzone che riflette sul fare musica riportandolo a un gesto umano, quotidiano, fatto di attesa. Qui Mike Orange sembra ricordarci che, alla fine, le canzoni non sono altro che tentativi di dare forma a ciò che ci attraversa.Giardino è forse il cuore emotivo dell’EP. Nasce dal buio, ma guarda ostinatamente verso la luce. Il tema della solitudine e della depressione viene trattato con una delicatezza rara, senza mai scadere nel pietismo. La metafora del giardino da coltivare è efficace e sincera: le relazioni come piante che richiedono cura, tempo, presenza. C’è anche una disillusione gentile, una consapevolezza adulta che non tutto si risolve, che certe fragilità restano. Eppure, il messaggio è chiaro: non siamo fatti per attraversare il buio da soli.

Con Una sera il tono cambia, si fa più arioso. Il ritmo accenna alla bossanova, evocando immagini di sole alto e mare vicino, anche se magari sei chiuso in una stanza qualsiasi. È la canzone dell’incontro perfetto e temporaneo, di quella felicità breve che non promette niente ma vale comunque la pena di essere vissuta. La sua leggerezza non è superficialità, ma una forma di lucidità: sapere che domani tutto tornerà com’era, e accettarlo.
Parole scritte male è una riflessione sulla perdita e sull’identità, una canzone che gioca molto con le aspettative. L’introduzione sembra promettere un’esplosione emotiva, che invece viene trattenuta, controllata, quasi sussurrata. La metafora della fotografia e il tentativo di fermare ciò che inevitabilmente sfugge funziona perché parla di qualcosa di universale. L’arrangiamento sorprende senza mai sovrastare il testo, dimostrando una grande maturità compositiva.
Chiude l’EP Poeta, un brano che smonta con ironia e amarezza il mito dell’artista come figura speciale, separata dal resto del mondo. Mike Orange rifiuta l’etichetta, la guarda con sospetto, la ridimensiona. Alla fine, ci ricorda, siamo tutti uguali davanti al destino, tutti alle prese con vite complicate e bicchieri mezzi pieni (o mezzi vuoti). È una chiusura disincantata, quasi brutale, ma profondamente onesta.

In definitiva, “Aranciata Amara” è un EP che non cerca di stupire a tutti i costi, ma di restare. È un lavoro che cresce ascolto dopo ascolto, come i gusti non immediati ma autentici. Mike Orange conferma una scrittura personale, capace di parlare del presente senza rincorrere mode, e di farlo con una sincerità che si sente. Non è un disco che prova a piacere a nessuno. Ed è proprio per questo che, alla fine, piace davvero.

Anna Cimenti

TRACKLIST:

Dirò e rifarò
Giardino
Una sera
Parole scritte male
Poeta

LINEUP:

Alberto Ceselli – tastiere
Nicola Cremaschini – batteria e percussioni
Simone Mazzola – basso
Alberto Ubbiali – chitarre