Autumn’s Child
Melody Lane
Il gruppo svedese Autumn’s Child esiste dal 2019 ma, compreso il precedente moniker Last Autumn’s Dream, il leader Mikael Erlandsson esprime se stesso dal 2003 con 22 album in 22 anni. Assoluta prolificità, con un minimo di qualità sempre assicurato. La sua attitudine è stata soprattutto quella di puro AOR sebbene le venature compositive talvolta abbiano scelto espressioni più hard, quindi non sempre laccate. Questo nuovo è essenzialmente AOR classico con impronte plasticose tipiche del genere, che difficilmente lasciano spazio a reale originalità. Eppure il disco non è una palla noiosa e permette una distensione piacevole a chi lo ascolta anche con attenzione.
Perle di grande valore non ci sono ma tre pezzi si fanno leggermente più peculiari e anche meno scontati. Uno è ‘PRAY FOR THE KING’ grazie alla linea vocale piuttosto emotivamente sentita sopra un bel riff fluido e un ritmo incalzante. L’altro è ‘SINGALONG’, un rock’n’roll glam sbarazzino che però ha dalla sua una freschezza accentata come se gli Abba incontrassero i Cheap Trick; quindi non certo qualcosa di troppo serioso ma che però possiede energia, e anche uno spirito elettrico anche senza la presenza di una distorsione chitarristica vera e propria. E poi il terzo episodio da tenere presente è la corposa ‘HEADLINES’ dalla forza Hard Rock che sta a metà strada tra la cadenza ballabile alla Def Leppard e lo street-metal americano con una bella chitarra che graffia e sibila; forse troppo breve l’assolo che sembrava promettente.
Le altre varie tracce appaiono momenti azzeccati ma sicuramente praticamente prevedibili, se non fosse per il fatto che in tutto il disco si seminano piccoli inserti tra le righe strutturali, mettendo trovate inaspettate dentro un contenitore invece che dà solitamente la sensazione di “già sentito” in quanto parecchio canonico; ma questo divertimento nella cura dei particolari diventa un valore aggiunto e si trova molto spesso.
E’ un lavoro molto godibile in quanto sorprendentemente uno solo è il filler, cioè ‘Melody’ che non è brutto come ‘Felicità’ di Albano,(?N.D.R) ma risulta comunque banale. Due brani sicuramente sono da considerare tipici tradizionalmente, totalmente inseriti nell’estetica conformista dell’AOR, come esempi dell’essenza stessa del genere; si tratta dell’apripista ‘Heartbreak Boulevard’ e ‘Highway to the Star’. Se ascoltiamo invece la ballata ‘A World without Love’ scendiamo nell’arena nostalgica degli anni cinquanta come li interpretava il film ‘Grease’, eppure anche qui la band ci sa fare.
In linea di massima la realizzazione tecnica e degli arrangiamenti è frizzante, sempre piena di abile dimestichezza nel saper mantenere l’attenzione dell’ascoltatore, equilibrata ma puntata verso una ariosità che enfatizza e mai semplifica troppo. Voce roca e riconoscibile, quindi con personalità, e decisamente tonica; assoli a volte ben fatti, anche se quelli tastieristici tendono a dare il senso di plastica artificiosa. Se si sceglie questo genere musicale di certo non ci si pone il problema di cercare una vera e propria individualità, e alla fine non si può superare di molto la sufficienza. E’ un tipo di sound difficile da far evolvere, però c’è feeling e la comfort zone è vissuta con una certa passione.
Roberto Sky Latini




