Edenbridge
Set the Dark on Fire
Esce un’altra monumentale opera degli austriaci Edenbridge, la dodicesima dal 2000. Come al solito la strada è sinfonica ma dentro si infilano altre caratteristiche tra il gotico ed il progressive, emanando una vastità di sensazioni tutte pregnanti.
Uno dei brani più spigliati è proprio l’apripista ‘THE GHOSTSHIP DIARIES’ che col suo dinamico ritmo sostiene con forza sia il cantato che le parti soliste, per un risultato arioso e avvenente, con un bell’assolo fluido ed un finale intenso costituito di rarefatta epicità. Più cadenzato e saltellante ‘COSMIC EMBRACE’ che apre ad una luce positiva e allegra, brano meno epico ma che riesce ad avvolgere con la sua beltà ballabile, e viene impreziosita anche da una parte centrale molto sinfonicamente lirica che fa da ponte pre- ritornello potenziandone l’attacco in quanto condito di grazia con le vocalizzazioni allungate della cantante. Importante nel disco la durezza metal della title-track ‘SET THE DARK ON FIRE’ che con caldo riffing addensa un songwriting molto efficace, accelerando e rallentando il ritmo a rinforzo dell’andamento della linea vocale ricca, anche per merito di cori e tastiere fulgide; e qui l’assolo è davvero un bel gioco di scatti e virtuosismo.
La forza energetica si esprime anche con l’ottima ‘LIGHTHOUSE’ che però adopera un’anima più scura, e l’assolo diviene ancora più shredding che in altri episodi. Chiude in bellezza il quarto segmento della suite ‘Spark of the Everflame’ divisa appunto in quattro parti, si tratta della traccia ‘WHERE IT ENDS, IS WHERE IT STARTS’, altro pezzo vigoroso. Non è in discussione il valore delle due ballate ma come scrittura esse stanno leggermente sotto i brani sopracitati. Tra le due la migliore è la vibrante ‘Our Place among the Stars’ che vira verso una modernità più esplicita rispetto al resto dell’album, ciò più per il suo arrangiamento che per la melodia, bellissimo il suo fascinoso intro strumentale ‘Tears of the prophets’; mentre ‘Bonded by the Light’ si rifà ad una classicità leggermente scontata. Sia chiaro: non ci sono filler.
Nella discografia della band c’è stato l’album ‘The Bonding’ che fu davvero qualitativo, e possedeva una levità sonora dovuta alla separazione tra accentazione ritmica e staticità melodica in cui la linea cantata vinceva a rappresentare lo spirito compositivo. Quel full-lenght valeva proprio per la capacità di estendere la dolcezza in tutto l’arco d’ascolto. Nel tempo questa caratteristica si è parzialmente smorzata, la singer passa oggi meglio dalla evanescenza al tratto tonico e quindi il quadro comunicativo si amplia. Spesso il gruppo ha scritto momenti catalogabili come ‘Symphonic AoR’ mentre qui questa cosa è poco presente per quanto la morbidezza sia di base un elemento centrale.
Questo gruppo è come una stella cometa che non fa deflagrazioni ma guida luminosa verso una atmosfera magica e ammaliante senza troppi scossoni, nella leggerezza pur con punte severe di tonicità. Le zone suonate in modo più scuro non diventano mai troppo grevi, permane basilarmente una eleganza morbida che è il cantato a sottolineare sempre. Nonostante ciò, e anzi proprio per questo, il disco non è commerciale, ma servono diversi ascolti per arrivare ad amarlo.
La bella voce, sempre personale e riconoscibile come tono e impostazione, stavolta appositamente meno celestiale che in altri dischi, possiede una grande raffinatezza, ma spesso è la chitarra solista a superare in efficacia il cantato, corroborando ulteriormente l’insieme con fantastiche costruzioni riverberanti. Non si scrivono canzoni che abbiano presa diretta prediligendo una forma suadente ma comunque descrittiva, evitando sempre l’eccessiva facile fruizione; insomma non ci costruiscono canzoni leggiadramente accattivanti come fanno i Nightwish, o accentazioni poderose per colpire forte l’ascoltatore come fanno gli Epica, avvolgendo invece con suoni vellutati e pastosi per accarezzare senza sprazzi troppo catchy. Questa realtà musicale ha creato la sua nicchia artistica e la protegge amabilmente, riuscendo però a riempirsi di piccole novità espressive che stavolta la rendono leggermente più reattiva e metallica. Siamo di fronte ad un lavoro tra i migliori del combo, migliore del precedente, e pur buono, ‘Shangri-La’ del 2022, a testimonianza di un carattere sicuro di sé che sa cosa sta facendo.
Roberto Sky Latini





