Gluecifer
Same Drug new high
I norvegesi Gluicifer a 22 anni dall’ultimo full-lenght tornano per riaffermare la propria antica caratteristica di esuberante smània. Ma il tempo non sembra passato.
Il disco è fatto per chi vuole scatenare tutte le accumulate proprie tensioni cavalcando l’elettricità rock’n’roll più pura, e in questo è totalmente adolescenziale, ma non nel senso allegrotto dei Green Day o dei Blink 182. Qui il punk-style che c’è è quello più tradizionalmente provocatore e si mischia al rock’roll più sporco. Il sound è tirato e senza i pallosi fronzoli di certe cose anni novanta che cercavano di unire i puntini di disegni troppo commerciali. Più che rifarsi a quei ragazzotti catchy degli Stati Uniti, i Gluecifer sono assimilabili alla corrente scandinava di cui infatti essi stessi fecero parte, insieme ai coetanei svedesi Backyard Babies per esempio.
La loro versione più indiavolata è l’aspetto che viene meglio alla band e in questa dimensione sicuramente sta ‘THE IDIOT’ che è quella canzone che apre allo sbattimento fisico più esagitato, ritmo veloce, basso martellante, cantato frenetico e ritornello da urlare a squarciagola in un impeto live col pubblico che poga furioso. E lo stesso animo agitato esprime la convulsa ‘ARMADAS’ che spinge a scapocciare febbrilmente, col rischio di voler fare salire sul palco il pubblico come al tempo del vecchio modo dei concerti punk. E ancora lo stesso forsennato spirito, anche se meno esplosivo, vibra con la tesa ‘MIND CONTROl’ che possiede molto della verve anni settanta, sia per voce che per cori oltre che per rifframa.
Tra i brani spensierati la migliore pare la title-track ‘SAME DRUG NEW HIGH’, ritmata da una riffica puntuta e un assolo denso che ti fa piegare le ginocchia per spingerti a fare pose da guitaring. La mezza heavy e mezza stoner ‘THE SCORE’, a ritmo cadenzato e riffing continuativo, va verso una intransigenza rockettara più seriosa.Qui troviamo il rock dei Rolling Stones accentato in senso hard e brevi cenni alla Ac/Dc; lo Street Metal dei più duri; il punk-rock misto al glam più concitato, fresco e trascinante, e l’attitudine garage leggermente grezza. Insomma la band non ha tradito se stessa né appare invecchiata pur avendo raggiunto una età da uomo piuttosto maturo.
Soprattutto il legame col rock sanguigno permane stabilmente radicato, ed è eccitante che sia così, sia culturalmente che artisticamente. A guardare i loro video fa sorridere vedere dei matusa darsi da fare al microfono e sul palco, ma a sentirli sgorga tutta l’adrenalina della musica positivamente energica. La voce rimane potente, irrispettosa, e le sei-corde non sono distorte tanto per dire, con l’abilità di inanellare belle svisate e rotonde schitarrate su cui far saltare la polvere da sparo di voci accese e drumming insistente. Le melodie cantabili ma mai troppo orecchiabili, un po’ scomposte, rendono bene l’urgenza giovanile e strapazzano la canzone per bene, evitando di limare le asperità, le quali infatti vengono gustosamente lasciate. Per quanto non sia il loro miglior lavoro, è comunque degno della loro piccola storia di sei album in totale, nessuno dei quali scadente.
Roberto Sky Latini




